Cosa rimane di Giovanni Falcone nella magistratura palermitana e fra i magistrati di tutta Italia?«Rimane un modello di magistrato, moderno, capace di indagare a fondo ogni aspetto di Cosa nostra. Un magistrato con metodo, intuito e visione. Per questo è stato ucciso. Per questo rappresenta un esempio vivo. E per questo abbiamo il dovere di ricordarlo, con profonda riconoscenza».Giuseppe Tango è il giovane presidente nazionale dell’Anm: orgogliosamente palermitano, figlio di uno storico sindacalista, giudice del Lavoro in servizio permanente effettivo, si appresta a celebrare il suo primo anniversario di Capaci al vertice dell’associazione nazionale magistrati.L'acume, lo spirito di sacrificio, lo sforzo investigativo, che furono propri del suo collega assassinato 34 anni fa, sono qualità che rappresentano ancora valori?

«Assolutamente sì. Sono tre doti che un magistrato, soprattutto requirente, deve avere. E quindi che vanno valorizzate sempre e comunque. Fa parte dell’eredità che ci ha lasciato. Possiamo solo ringraziarlo per questo».Anche nei giorni delle commemorazioni lei chiede sobrietà e un abbassamento dei toni: ritiene che la storia di Falcone, avversato in vita ed elogiato da morto, abbia insegnato qualcosa o sia ancora lontano il momento della collaborazione tra gli organi dello Stato?«Per combattere la mafia c’è bisogno di un lavoro congiunto di tutti: dai magistrati agli insegnanti. Dai commercianti agli impiegati pubblici. Dai rappresentanti del governo ai consiglieri di circoscrizione. Ognuno secondo il proprio ruolo. La collaborazione fra organi dello Stato è uno snodo necessario per combattere la mafia».L'intervista completa sul Giornale di Sicilia in edicola e nell'edizione digitale.