Giustizia

Stefano Giordano

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Ogni anno, il ventitré maggio, l’Italia si ferma. Si ricorda Capaci. Si ricordano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, gli uomini della scorta. Si ricorda Paolo Borsellino, caduto cinquantasette giorni dopo, in via D’Amelio. La memoria è un dovere civile. Ma la memoria, per essere feconda, deve essere anche onesta.

Il contributo di Giovanni Falcone alla storia della Repubblica fu prima di tutto una intuizione giuridica. Capì, con una lucidità che i suoi contemporanei non avevano avuto — o non avevano voluto avere — che la mafia non poteva essere processata come una somma di singoli delinquenti. Andava giudicata nella sua struttura, nella sua gerarchia piramidale, nella sua unitarietà organizzativa. Per anni la giurisprudenza palermitana aveva frammentato il fenomeno, perdendo di vista il disegno complessivo. Era come processare i rami di un albero fingendo che il tronco non esistesse. Falcone — con Paolo Borsellino, con il pool antimafia, con una accumulazione investigativa che aveva il rigore della scienza e la pazienza dell’artigiano — rovesciò questo paradigma. Il maxi processo portò all’udienza della Corte d’Assise di Palermo 475 imputati, giudicati all’interno del loro sistema. La Corte, presieduta da Alfonso Giordano con a latere il giudice Pietro Grasso, pronunciò la sentenza il 16 dicembre 1987: diciannove ergastoli, ma anche — dato che si dimentica troppo spesso — l’assoluzione di quasi un centinaio di imputati. Lo Stato aveva vinto. E lo aveva fatto nel modo più difficile: rispettando le regole.