L’assassinio del giudice Falcone, della moglie e degli uomini della scorta il 23 maggio del 1992 è oggetto ogni anno di commemorazioni e cerimonie varie che si tengono con poche variazioni un po’ in tutto il paese con una ripetitività che rischia di svuotarne il valore, consegnandoci il guscio vuoto di parate, discorsi di circostanza, belle parole che, come sappiamo, non costano molto e spesso sviano dalla verità. Certo è vero che i riti si nutrono di simboli, cadenze ben definite, ripetitività e formule ben codificate, sin dall’antichità, con una funzione potremmo dire di lunga durata che cementa nei partecipanti un forte senso di appartenenza, una memoria condivisa e quindi rafforzano l’identità. Ed esistono vari tipi di rituali religiosi e laici con al loro interno precise sottospecie: riti di passaggio, di protesta, di testimonianza, riti propiziatori e così via.
Ora nel caso della strage di Capaci e di quella, di poco successiva, di Via D’Amelio dove persero la vita il giudice Borsellino e i giovani della sua scorta, la pregnanza del rito si perde diluendosi fra centinaia di dichiarazioni spesso dettate più da protagonismo che da vero sentire, quelle di molte anime belle che hanno isolato e osteggiato i due magistrati quando erano in vita, quando le loro inchieste, le ipotesi e poi il loro metodo innovativo avevano messo a nudo la realtà complessa dell’organizzazione mafiosa ed i suoi legami con settori deviati dello Stato e precisi interlocutori politici.












