di Chiara Piana

Come ogni anno, arriva puntuale il 23 maggio, una data storica per il nostro Paese e che, purtroppo, nelle scuole spesso non viene celebrata a dovere, carenza che avevo già lamentato in un articolo di qualche anno fa.

A ogni anniversario la voglia di esprimermi su questo argomento è forte, perché è diventato per me una passione, ma il rischio di ripetersi o di scadere in facile retorica è alto. Per cambiare prospettiva e rinfrescarmi le idee, mi sono chiesta, allora, che cosa avesse reso le figure di Falcone, Borsellino, Chinnici, Giuliano (e altri) così interessanti e così importanti per me, a tal punto da macinare libri e interviste o podcast su di loro. Al di là delle ragioni nobili che si potrebbero addurre e che condivido, ho capito che il senso ultimo di questo mio trasporto è contenuto in una frase dell’ex Luogotenente Saverio Santoniccolo nel suo libro Cronache dal fronte invisibile: “L’uniforme non è solo un simbolo, è una promessa fatta a chi non ha voce, a chi ha perso fiducia e chi aspetta che qualcuno dica: ‘Io ci sono’”.

Ho capito che queste parole erano il senso di tutto mentre osservavo il piazzale davanti casa, nel quale da qualche mese un nuovo arrivato ha deciso di poter parcheggiare il proprio tir (motrice e rimorchio), mollandolo davanti alle altre vetture posteggiate, ostacolandone eventuali manovre. Il tutto nella totale indifferenza delle istituzioni, che nulla hanno fatto di fronte a questo ennesimo tassello di una generale condotta sempre più sprezzante delle regole. Anche il reclamo che avevamo inoltrato, insieme ad altri, per far sì che questo episodio non si ripetesse, è caduto nel vuoto. Come sovente cadono nel vuoto le promesse dei politici e gli impegni assunti dalle istituzioni, tanto da far percepire alla gente comune un senso di profondo abbandono.