Dall’esperienza di governo con Berlusconi, volutamente relegata nel dimenticatoio eppure già foriera di spunti e idee, alle dirompenti tesi di Trieste che devono delineare il progetto di governo futuro. Dagli anni dell’idillio con Donald Trump – quanto piaceva a lei «l’appassionato intervento» del tycoon già in occasione del Cpac del 2019, e quanto si spertica lui in complimenti negli anni a venire, «una grande leader, d’ispirazione per tanti» – fino alla recente, clamorosa (temporanea?) rottura. C’è tutta la parabola del rapporto di Giorgia Meloni con l’internazionale sovranista nel libro La Sciamana. Meloni, l’ultima trumpista: fenomenologia della destra illiberale, appena pubblicato con Rizzoli dall’editorialista de la Repubblica ed ex direttore de La Stampa Massimo Giannini. Un racconto che tira il filo di un’appartenenza partita da Colle Oppio e dalla destra post-missina italiana per calarsi nel disegno più grande e ambizioso delle destre mondiali. A cominciare, appunto, dai tre anni e mezzo da ministra della Gioventù nell’ultimo governo Berlusconi, quello che finirà nel novembre 2011 tra spread alle stelle e cene eleganti: c’era anche il suo tra i 314 voti per dire che sì, come no, Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak; c’era lei sul palco di Atreju accanto all’allora premier a ridere della battuta «Tu abbracci i ragazzi e io le ragazze» e assentire convinta al proposito di difendere la famiglia, le tradizioni e l’identità nazionale. Anche se tutto questo Meloni, arrivata a Palazzo Chigi un decennio dopo, cerca di farlo dimenticare: funziona di più la narrazione dell’underdog, lontana dal Palazzo e dai poteri forti a cui finalmente gliela farà vedere lei. E invece, insiste l’autore, è proprio dall’humus di quell’esperienza che bisogna partire, perché «Giorgia è un copia-incolla di Silvio, come lui coltiva un sogno capocratico» ma, a differenza del Cavaliere, «non solca da sola le acque stagnanti del Belpaese, surfa sulla cresta di un’onda, lunga e dirompente, che arriva da Oltreoceano». L’onda del presidente americano Trump, destinata nel suo secondo mandato a trasformarsi in tsunami che travolge l’ordine internazionale e i rapporti tra Paesi. Un’avvisaglia potente c’era già stata, quel 6 gennaio del 2021 in cui un manipolo di invasati assaltò Capitol Hill con pistole e bastoni non accettando la sconfitta alle elezioni del proprio beniamino: non abbastanza, però, per spegnere l’entusiasmo di Giorgia Meloni verso il vulcanico leader di destra. Ed è proprio da quell’episodio che nasce il titolo del libro. Lo sciamano era il personaggio più folkloristico di quella sovversiva spedizione americana – petto nudo, pelliccia e corna in testa – destinato a diventarne il simbolo, Jake Angeli scoprimmo che si chiamava. In un editoriale su La Stampa, l’allora direttore Giannini prese a prestito quel termine, sciamani, per definire chi, come la presidente di Fratelli d’Italia in un reticente tweet, a quello scempio della democrazia reagì fingendo di ignorare le responsabilità morali di Trump. Ne nacque un botta e risposta tra Giannini e Meloni pubblicato ai tempi su questo giornale, un veemente scambio di punti di vista sulla destra riportato parola per parola nel libro. Per una ragione semplice: «La coerenza, la fedeltà all’ideale che non cambia col cambiare dei tempi, la sindrome minoritaria del partito missino e post-missino, l’appello al popolo, il “non chinare il capo di fronte ai padroni”, il risentimento verso la sinistra, la difesa dei confini, il sovranismo. C’è già tutto quello che sarebbe sbocciato negli anni a venire», spiega il perché di questa ripubblicazione l’autore. Si tratta di ciò che è germogliato nelle destre mondiali in questi anni, intrecciando idee e propositi e persino un modus operandi che Giannini elenca con precisione – in ordine gerarchico di urgenza: il depotenziamento delle istituzioni che esercitano controllo di legalità, la potestà sui confini, e poi la creazione di perfetti capri espiatori da dare in pasto alle opinioni pubbliche, infine il tentativo di imbavagliare la stampa. Nel suo racconto, che tiene come filo conduttore Meloni e la sua evoluzione, Giannini procede per approfondimenti progressive, dal macro al micro, dal “sentiment” mondiale alla sua applicazione nella politica della premier. Per consentire al lettore stesso di verificare quanto le sue scelte, decisioni, prese di posizione si inseriscano perfettamente in un quadro più generale. In un’osmosi di idee che talvolta è persino involontaria: il congresso di Fratelli d’Italia di Trieste del dicembre 2017, racconta l’autore, sembra già celebrare nella forma e nella sostanza una sorta di Make Italy Great Again, quando però la dottrina Maga è ancora nella testa di qualche visionario consulente di Trump. Un racconto che ripercorre le tappe di questa appartenenza per arrivare alla rovinosa sconfitta del referendum, la scossa tellurica capace di colpire dove nemmeno era immaginabile, e alla doverosa presa di distanza meloniana da Trump sugli attacchi al Papa – e la saga continua, dopo lo sbarco a Roma di Marco Rubio: forse toccherà già mettersi a scrivere un sequel del libro. Fino alla domanda che Giannini si pone, dal punto di vista, chiarisce, di un critico che ha molto rispetto per la tenacia della premier: «Dove va la Sciamana, dopo anni di trumpismo militante buttati via in pochi giorni di aprile?». L’autore il suo consiglio ce l’ha: rientrare nella casa Europa, l’unica collocazione possibile e naturale dell’Italia. Dopo lo scambio epistolare via La Stampa, cinque anni fa, Meloni inviò la sua autobiografia con una dedica a Giannini, ironicamente firmata Giorgia – La Sciamana: «A Massimo, che non mi risparmia mai e mi aiuta a crescere», scrisse. Chissà se anche questo saggio, lo considererà uno sprone a migliorare.