La definizione di eroe viene applicata a persone che si ritengono dotate di qualità taumaturgiche, quasi soprannaturali. In nome delle quali emergono da un contesto anonimo, indifferente, che cercano di migliorare abbracciando una causa e portandola avanti pervicacemente. E che, per le loro capacità taumaturgiche e per gli scopi nobili che si prefiggono, non vanno intralciati. Anzi, vanno dotati di ulteriori spazi e strumenti per portare avanti il loro obiettivo. La figura dell’eroe, soprattutto, ha l’effetto di deresponsabilizzare la collettività, consentendole altresì di proiettare su figure singole le proprie aspirazioni e positività. E di ignorare il contesto.
La figura di Giovanni Falcone, o meglio, la ricostruzione che ne opera la retorica ufficiale, al pari degli altri esponenti dell’antimafia vittime di attentati, rientra in questo schema. Sin dalla strage di Capaci, di cui oggi ricorre il 34esimo anniversario, la commemorazione del magistrato palermitano è servita da scudo a due distinte tipologie di attori. Quelli che non hanno alcuna intenzione di svolgere analisi e indagini accurate sui fenomeni mafiosi fanno in fretta a pronunciare il nome di Falcone (o di qualsiasi altra vittima della mafia) nelle conferenze stampa come nelle cerimonie ufficiali, come fosse una formula liturgica. Con lo scopo di auto-attribuirsi la patente anti-mafiosa e mettersi al riparo da ogni critica.













