Lungi dall’essere confinata nella lista dei titoli di repertorio, in Polonia Halka di Stanislaw Moniuszko viene considerata «opera nazionale», al pari della Vita per lo zar di Glinka in Russia o della Sposa venduta di Smetana in Boemia. Era stato il grande musicologo tedesco Carl Dahlhaus a darle questo battesimo, che assume un preciso significato identitario nei paesi dell’Europa orientale, mentre in Italia – benché patria del melodramma – non trova corrispondenze.

A Biaoystok, la più importante fra le città polacche in prossimità del confine bielorusso, il progetto «3 x Halka» è riuscito a mettere insieme le matrici culturali – lituana, polacca e italiana – che si intrecciano in questo popolarissimo dramma musicale. Del resto Moniuszko, seppure nato in una località che oggi si trova in Bielorussia, è considerato il padre dell’opera polacca: completò la sua formazione musicale a Berlino, poi andò a lavorare a Vilnius e, proprio nella città lituana, Halka venne eseguita la prima volta nel 1848, solo in forma di oratorio; mentre la versione in quattro atti, oggi comunemente proposta, sarebbe andata in scena dieci anni dopo a Varsavia.

Il libretto è tratto da un poema di Wlodzimierz Wolski, letterato polacco che finì i suoi giorni a Bruxelles dopo la sconfitta degli ideali rivoluzionari d’indipendenza in cui credeva. Ne venne tratto anche un film muto, nel 1930, diretto da Konstanty Meglicki. Quanto a Moniuszko, nell’intento di favorirne la circolazione, fece realizzare anche una traduzione italiana, affidandola a un altro rivoluzionario, Giuseppe Achille Bonoldi, approdato a Vilnius per ragioni musicali, e in seguito esiliato dallo zar e ucciso a Parigi.