Risate e applausi accolgono le immagini delle Valchirie bardate con scudo e elmo, mentre cavalcano nel centro di Monaco, volano in elicottero sulla città, galoppano davanti al palazzo della Residenz e nei parchi. Mentre risuona forse il brano wagneriano più celebre della storia lo schermo mostra le Valchirie al lavoro, mentre raccolgono gli eroi morti per portarli alle porte dell’aldilà, ossia in un foyer noeoclassico della Bayerische Staatsoper ricostruito in teatro dallo scenografo e costumista Rainer Sellmaier per il terzo atto della Valchiria. L’idea guida della regia del Ring di Tobias Kratzer, come nell’Oro del Reno della passata stagione, vede gli dei, nei costumi tradizionali della leggenda tedesca, agire il dramma wagneriano in un universo contemporaneo sia borghese che popolare. Una replica dell’altare, quel Walhalla dorato che concludeva il Rheingold, troneggia spendente nella villetta di Hunding, dove Siegmund si accascia ferito.

LA SPADA Notung ritrovata nello stipo degli attrezzi conferma alla sorella Sieglinde l’identità di Siegmund – l’intenso e svettante Joachim Backström- e i due fuggono per il bosco nella giardinetta di Hunding, che ha davvero motivo di essere furibondo. Nella villetta si incontrano poi tra liti e recriminazioni Fricka, Ekaterina Gubanova, splendida e malevola, e Wotan il torrenziale di Nicholas Brownlee, i due trionfatori della serata. Piagato e rabbioso, Wotan confida a Brunnhilde – Mina Lisa Värelä – le sue pene nel folto del bosco, mentre le reminiscenze della distrutta felicita dell’illegittima famiglia dei Welsidi punteggiano – sullo schermo superiore – l’intera vicenda, anche quando Wotan punisce Brunnhilde col sonno eterno. La coerenza stringente della narrazione non si fonda solo sulla qualità dettagliatissima della regia, ma nella compartecipazione della direzione d’orchestra allo schema drammaturgico di Kratzer.