Nel fine settimana sono cominciati i Bayreuther Festspiele, con la tradizionale prima di un’opera wagneriana che come ogni anno attira un pubblico di spicco, composto da persone dello spettacolo e della politica, un po’ come la prima de La Scala in Italia. Quest’anno si tratta di un’edizione tonda: 150 anni dalla fondazione, con una scelta del titolo da portare sul palco quantomeno provocatoria. Ma c’è una ragione validissima.
Quest’anno è stato infatti rappresentato Rienzi, una delle opere meno scelte perché tra le più amate di Adolf Hitler: il dittatore era un amico intimo della famiglia Wagner, che lo ospitava spesso a Bayreuth. L’opera in sé è una delle prime del compositore tedesco, ispirata ai destini di Cola Di Rienzo raccontati dal romanzo omonimo di Edward Bulwer-Lytton. Nei giorni che hanno preceduto la prima a lungo ci si è chiesti come le registe Alexandra Szemerédy e Magdolna Parditka avrebbero affrontato l’opera, che secondo un amico di gioventù di Hitler lo ispirò in parte alla sua azione politica sull’esempio della guida carismatica del personaggio wagneriano.
Le critiche comparse nei giornali dopo la prima, però, riflettono una trattazione nel segno del «Nie wieder», il “mai più” diventato Leitmotiv della cultura della memoria della Germania dopo la Seconda guerra mondiale. Rienzi diventa dunque monito di quanto la democrazia sia un bene prezioso e tutt’altro che scontato, vista la facilità con cui il fascinatore di masse protagonista dell’opera riesce ad attrarre a sé il potere e segnare il destino di un intero popolo. Per altro, con una collocazione distopica futura – o forse contemporanea, scrive la Zeit – in cui Rienzi è agevolato dal ruolo dei social media nella sua cavalcata per strappare il governo alle forze tradizionali. C’è addirittura una scena in cu viene meta-rappresentata Bayreuth e si ipotizza che nel pubblico sia seduto un dittatore. Un ulteriore segnale di una linea tracciata sotto la controversa eredità wagneriana, con cui gli eredi vogliono finalmente fare pace, cancellando però definitivamente l’ambiguità politica che ha sempre associato il compositore al regime nazionalsocialista.











