Bayreuth compie centocinquant’anni e li festeggia come li ha sempre vissuti: da sola, d’estate, a modo suo. Nel 1876 un artista ottiene da un re ciò che nessun artista aveva mai ottenuto da vivo, un santuario costruito per la sua sola musica, e insieme fissa un canone rimasto intatto: nessuna compagnia stabile, nessuna stagione, il teatro si apre una volta l’anno fra fine luglio e fine agosto — quest’anno dal 24 luglio al 26 agosto — e vi si esegue soltanto Wagner, e nemmeno tutto Wagner. In quelle sei settimane sono passati centocinquant’anni di storia e di cultura tedesca, luce e buio, da Bismarck a oggi. È un’anomalia al cuore della cultura europea: un’utopia d’artista che continua, diventata rito codificato, strutturato, ufficializzato. Se ne accorse subito Nietzsche, adepto trepidante alla nascita del rito, che di fronte alla pompa imperiale dell’inaugurazione si ritrasse disgustato e deluso. E per il compleanno la scelta che si annunciava più folle e più moderna di tutte: un "Ring" affidato interamente all’intelligenza artificiale.
A Bayreuth non sono mai stato, per precisa scelta. Non so se un giorno ci capiterò, curioso almeno di quel suono così singolare e mitizzato, del leggendario golfo mistico: ma temo le restrizioni, il caldo infernale — niente aria condizionata, sedie scomode, nessun modo di sfilarsi dalle loro file ad anfiteatro — e mi tiene lontano il rito per adepti, perché un wagneriano perfetto non sono, pur apprezzando il talento rivoluzionario di Wagner.









