Quella che superficialmente sembrerebbe una sequenza di contraddizioni è, nella vita di Hans Werner Henze, una profonda e consapevole rivendicazione di libertà e di autonomia di pensiero, la stessa libertà e indipendenza che si ascolta nella sua musica, e che ne ha fatto uno tra i compositori più prolifici del ventesimo secolo.

È passato dall’arruolamento nella gioventù hitleriana al volontariato nelle piantagioni di canna da zucchero a Cuba, dalla collaborazione con W. H. Auden e Chester Kallman per Elegia per giovani amanti (1961) e I Bassaridi (1965), a quella con il pastore protestante Christian Lehnert, librettista di Phaedra (2007) e Gisela (2010); dal sostegno prestato dopo l’attentato a Rudi Dutschke nel 1968, alla realizzazione dell’utopia nel Cantiere internazionale d’arte di Montepulciano una decina d’anni più tardi; dall’avversione viscerale per Wagner e le sue idee, alla sublime orchestrazione dei suoi Wesendonck Lieder; dall’orgogliosa rivendicazione della propria omosessualità al rapporto quasi maritale con Ingeborg Bachmann, del quale sono una intensa testimonianza le Lettere da un’amicizia (Edt).

Tutto il mondo espressivo di Henze rispecchia la polifonia di caratteri ed emozioni che si possono incontrare su un palcoscenico, talvolta reale (come nelle quattordici opere, tre balletti e dieci lavori vocali) altre volte ideale (come nel Miracle de la rose “teatro immaginario” per tredici strumenti) o nelle dieci sinfonie, cinque quartetti per archi, e svariati concerti e brani orchestrali, tra cui un insolito Requiem senza voci, con cui si inaugurerà il 7 luglio prossimo la stagione di concerti dell’Accademia Chigiana di Siena, che celebra il centenario della nascita eseguendo quarantuno delle sue composizioni. Nella seconda metà del Novecento, in un’epoca ossessionata dalla purezza dell’invenzione musicale, Henze ha proclamato con coraggio l’estetica dell’impurità, sulla falsariga del Manifesto della poesia impura di Pablo Neruda: «Chi fugge dal cattivo gusto cade nel ghiaccio». Cosa che accadde, per l’appunto, a Boulez, Stockhausen e Nono, i tre alfieri dell’avanguardia post-weberniana, quando alla prima esecuzione di Nachstücke und Arien, nel 1957, si alzarono e andarono via rumorosamente dalla sala dopo i primi secondi di musica.