La mattina del 13 maggio, a Reggio Emilia, quando la Principessa del Galles ha incontrato bambini e bambine, insegnanti, atelieristi, ricercatori e comunità educanti del Reggio Emilia Approach, si è materializzato qualcosa di profondo. Il riconoscimento internazionale del fatto che l’educazione sia oggi una delle grandi questioni politiche del nostro tempo. Non «politiche educative» nel senso amministrativo del termine, ma politica nel suo significato originario e più alto: costruire le condizioni della convivenza civile. In un’epoca segnata da guerre, polarizzazioni, linguaggi aggressivi e crescente frammentazione sociale, l’educazione rappresenta uno dei pochi strumenti capaci di generare coesione.

Per questo credo che oggi si debba avere il coraggio di affermare una tesi apparentemente semplice, ma profondamente radicale: educare è un atto politico, nonviolento, di pace. L’educazione è un atto politico perché forma persone capaci di convivere nella complessità, accogliendo come ricchezza la differenza, senza trasformarla in conflitto. Perché insegna il dialogo, invece della sopraffazione a cui assistiamo nei massimi sistemi. Perché costruisce cittadini e cittadine, e non semplicemente individui in competizione. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda dello spazio pubblico.