La casa è rimasta chiusa per mesi, sigillata come una stanza del tempo. Poi, quando la scienza ha dato alla Procura di Larino il primo appiglio solido, gli investigatori sono tornati lì dentro non per cercare bicchieri, piatti o farmaci, ma memoria digitale. In un’indagine che ruota attorno a un sospetto avvelenamento da ricina, oggi il punto non è soltanto capire che cosa abbia ucciso Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, ma chi sapesse, chi cercasse, chi parlasse con chi, e quando. Per questo negli uffici della Questura di Campobasso, è cominciato uno dei passaggi più delicati dell’intera inchiesta: l’estrazione forense dei dati dai dispositivi elettronici sequestrati nella casa di Pietracatella.

Secondo gli atti richiamati dalle fonti consultate, gli apparati finiti sotto la lente sono 7 dispositivi elettronici già prelevati lo scrso 4 maggio nell’abitazione della famiglia: telefoni, modem, tablet e computer. Due iPhone, due smartphone, due modem, un tablet e un computer portatile. Gli specialisti dello Sco e della Polizia Scientifica dovranno acquisire i contenuti in modo integrale, con procedure tecniche che garantiscano la conservazione del dato e la sua utilizzabilità investigativa. Per consegnare gli esiti, gli esperti avrebbero a disposizione 60 giorni.