L'inchiesta sul giallo di Pietracatella - madre e figlia avvelenate con la ricina dopo Natale - è nella sua fase più delicata: gli investigatori hanno raccolto migliaia di informazioni dopo aver sentito più di cento testimoni e ora puntano a chiudere il cerchio iscrivendo uno o più nomi sul registro degli indagati.

Ci sono però altri passaggi cruciali dell'inchiesta ancora da compiere, tre su tutti: cercare le tracce della ricina nella casa della famiglia Di Vita, analizzare i dati contenuti sui telefoni e sugli altri dispositivi elettronici sequestrati e attendere il deposito degli atti relativi alle autopsie sui corpi delle vittime, deposito previsto a fine mese.

Intanto in questura a Campobasso oggi è iniziata l'ennesima settimana di interrogatori. La Squadra Mobile guidata da Marco Graziano, al mattino ha sentito come testimoni alcuni parenti. Poi, nel pomeriggio, è toccato invece all'infermiere che a dicembre somministrò una flebo nella casa di Pietracatella dove vivevano Sara Di Vita e sua mamma Antonella Di Ielsi: le due donne morirono poche ore più tardi dopo il ricovero all'ospedale Cardarelli di Campobasso.

L'uomo, un amico di famiglia, dipendente di una struttura sanitaria del capoluogo molisano, era già stato sentito dagli investigatori nelle settimane passate, ma ora è stato di nuovo convocato su istanza dell'avvocato di uno dei cinque medici indagati nella prima fase dell'inchiesta per omicidio colposo, prima cioè della svolta con la scoperta della ricina e dell'indagine per duplice omicidio premeditato. L'infermiere uscendo dalla questura, dopo aver risposto per oltre un'ora alle domande dei poliziotti, non ha rilasciato dichiarazioni.