C’è un paradosso che chi lavora nell’innovazione italiana conosce bene: si finanziano startup, si celebrano acceleratori e call, ma poi molte tecnologie faticano a trovare un primo e ampio mercato domestico. Nel dibattito pubblico, la soluzione viene spesso cercata nel venture capital; eppure, come osservano in molti, il vero “fiume” di risorse è altrove, sta nella spesa per acquisti della PA.In questo quadro, l’idea di un “venture procurement” – un procurement capace di assumere rischio controllato e di diventare “primo cliente” per tecnologie ad alto potenziale – non è uno slogan, ma una traiettoria possibile. L’Italia, negli ultimi anni, ha acceso un motore importante, la digitalizzazione end to end del ciclo di vita dei contratti e la costruzione di un ecosistema interoperabile (piattaforme certificate, banche dati, once-only). A questo punto la domanda cruciale da porsi è se questa infrastruttura stia abilitando davvero l’innovazione, o produca solo una compliance più efficiente.L’interrogativo rimanda anche al sottile rapporto tra regolazione e innovazione, questione centrale sia a livello europeo che nazionale. Di stretta attualità è la proposta di regolamento europeo Digital omnibus e non meno importanti, in ambito statale, le norme attuative della legge sull’intelligenza artificiale (L. n. 312/2025) e l’attesa riforma, a breve, del Codice dell’amministrazione digitale, interessato da un’importante attività di ammodernamento (art. 11, L. n. 167/2025), soprattutto in direzione della piena attuazione del principio di interoperabilità.Indice degli argomenti
Venture procurement in Italia: come trasformare gli appalti in mercato - Agenda Digitale
L’Europa offre strumenti avanzati per gli appalti innovativi, ma l’Italia fatica a trasformarli in domanda pubblica capace di creare mercato. Digitalizzazione, PCP, PPI, Innovation Partnership e confronto con gli Stati Uniti indicano la possibile traiettoria verso un venture procurement








