Alla Biennale dei diritti dell’infanzia a Roma, Save the Children lancia l’appello per una legge che garantisca la realizzazione di spazi socioeducativi ad hoc. Un minore su dieci vive in un’area di disagio: è ciò che emerge dall’indagine realizzata in 14 città metropolitane. Mantovano: «Pronti a replicare il modello Caivano»

Un solo imperativo è emerso nel corso di «Impossibile 2026 - la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza», evento che si è tenuto ieri nell’Aquario Romano della Capitale, e promosso da Save the Children, l’organizzazione che da oltre cento anni è in prima linea per salvare le bambine e i bambini a rischio e per garantire loro un futuro: migliorare le condizioni in cui vivono ragazzi e adolescenti nelle aree più vulnerabili. «Negare pari opportunità, in base al luogo in cui si cresce, è una ferita sociale profonda. Migliorare invece le condizioni dei bambini e degli adolescenti nelle aree più fragili significa investire nel loro futuro, e quindi nella qualità della nostra democrazia», ha sottolineato il presidente Claudio Tesauro nel suo intervento introduttivo. «È necessario per questo colmare l’assenza di una volontà politica e porsi l’obiettivo di superare la frammentarietà degli interventi finora attuati per ridurre le disuguaglianze sociali. Occorre una legge — ancora le parole di Tesauro — che possa garantire spazi socioeducativi sicuri e accoglienti. E a sostegno di questa proposta, da qualche giorno abbiamo lanciato anche una petizione».D’altro canto, i dati della ricerca «I luoghi che contano», realizzata da Save the Children nei capoluoghi delle 14 città metropolitane italiane, restituiscono una fotografia chiara: un minore su dieci vive in un’area di disagio socioeconomico urbano e il 42,3% delle famiglie versa in condizioni di povertà relativa. Il 15,4% degli studenti degli istituti medi e superiori ha abbandonato la scuola o ha ripetuto l’anno scolastico e il 20,8% di chi frequenta l’ultimo anno è a rischio dispersione implicita. Mancano inoltre, nelle aree più fragili, luoghi di aggregazione e si avverte forte lo stigma di risiedere in un quartiere difficile e periferico.Nel corso della giornata le parole e i racconti dei giovani che popolano quelle periferie, dal Nord al Sud d’Italia, si sono intrecciati con gli interventi istituzionali. Primo fra tutti quello del sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano che si è detto pronto a replicare, il modello Caivano anche in altre realtà: «Un modello che vede la partecipazione congiunta di Governo, Regione, enti locali e mondo dell’associazionismo e nel quale si contano 54 milioni di euro di investimenti, grazie al quale è stato cambiato il volto della città — ha detto il sottosegretario — e che adesso è operativo in altre otto aree italiane individuate tra quelle in cui è notevole il disagio sociale».Prima di lasciare spazio ai dibattiti dei tre tavoli di lavoro, che si sono svolti parallelamente nel pomeriggio, in cui si è parlato di futuro e opportunità, resilienza, appartenenza e partecipazione, e ai quali hanno preso parte sindaci e assessori locali, professori universitari e giornalisti, dirigenti scolastici, deputati e rappresentanti delle aziende private, sul palco dell’Acquario si sono alternati la prima cittadina di Bergamo Elena Carnevali, il questore di Roma Roberto Massucci, l’assessore all’Inclusione sociale della Regione Lazio Massimiliano Maselli, la rettrice dell’università La Sapienza di Roma Antonella Polimeni e anche il sindaco della Capitale Roberto Gualtieri. «A Roma si contano oltre 320 quartieri — ha detto Gualtieri — e in molti le realtà territoriali vanno aiutate e sostenute. Le scuole in particolare sono presidi fondamentali ma devono aprirsi al territorio. Non è sufficiente trovare posti e riqualificarli, vanno vissuti con vitalità ed energia positiva, vanno aperti al quartiere, mettendo sempre al centro i diritti dei più piccoli e la loro esigenza di crescita».