Economia 13 maggio 2026 Da anni i governi investono su una riduzione delle tasse sul lavoro, ma il risparmio fiscale è stato quasi del tutto compensato dall’inflazione ANSA Il 12 maggio, l’ISTAT ha pubblicato la nota sull’andamento dell’economia italiana nel primo trimestre del 2026, un documento che sintetizza i risultati economici più recenti per il nostro Paese, dalla crescita del PIL, a quella dell’occupazione. Nella nota di questo mese è presente anche un approfondimento sull’efficacia delle riforme fiscali negli ultimi sei anni. In particolare, l’istituto di statistica si è concentrato sul cosiddetto fiscal drag, ossia il fenomeno per cui l’inflazione aumenta i redditi nominali dei contribuenti, costringendoli a pagare più tasse anche se il loro potere d’acquisto rimane invariato.
I dati pubblicati da ISTAT si concentrano su vari interventi sul fisco approvati tra il 2021 e il 2026, e quindi dal governo di Mario Draghi e dal governo guidato da Giorgia Meloni. Gli interventi riguardano il sistema di tassazione e dei trasferimenti, come i tagli al cuneo fiscale – la percentuale di stipendio che viene spesa in imposte e contributi –, la revisione dell’IRPEF, e la revisione dell’assegno unico universale per i figli. Secondo ISTAT, queste misure hanno ridotto l’impatto dell’inflazione sui salari, ma non abbastanza per garantire una vera crescita delle retribuzioni.L’impatto del fiscal drag Il cosiddetto fiscal drag (in italiano “drenaggio fiscale”) è il fenomeno per cui, quando i prezzi aumentano, anche gli stipendi tendono a salire in termini nominali, spingendo una parte dei contribuenti in scaglioni fiscali più alti. Di conseguenza, una quota maggiore del reddito viene tassata, anche se il potere d’acquisto reale non è migliorato. ISTAT definisce il fenomeno come «una forma di “tassazione invisibile”». In un sistema progressivo come quello italiano, in cui le aliquote crescono all’aumentare del reddito, questo meccanismo ha un impatto distorsivo, dato che «la crescita dell’aliquota media che ne deriva risulta impropria, in quanto non riconducibile a un aumento della capacità contributiva». In pratica, il contribuente paga più tasse anche se il suo potere d’acquisto non è cambiato, perché insieme agli stipendi sono aumentati anche i prezzi.






