Genova - Un regista di appena vent’anni, che col cinema ha un rapporto pressoché inesistente (la sua è la generazione di YouTube, del resto), scelto per realizzare uno fra i film più attesi del 2026, basato su un meme nato online nel 2019 partendo da una foto scattata nel 2003. Nelle sale italiane a partire dal prossimo 27 maggio, Backrooms è fra l’altro co-prodotto da A24, uno degli studios più interessanti degli ultimi anni, che nel tempo ha firmato opere come Marty Supreme, Civil War, Material Love, Everything Everywhere All at Once, Hereditary e La zona d’interesse, giusto per citarne alcune. Con Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve come protagonisti, il film racconta di un uomo che (probabilmente) si perde mentre tenta di esplorare il retro di un negozio di mobili in una cittadina degli Stati Uniti e della sua terapeuta che decide di andare a cercarlo. Difficilmente finirà bene, come può immaginare chi sa cosa sono le backrooms e come si capisce dal fatto che il film è categorizzato come horror e che negli Stati Uniti ha la classificazione R, dunque è vietato ai minori di 17 anni. XIX Tech: le ultime notizie dal mondo della tecnologia

youtube: il più recente trailer di Backrooms

Che cosa sono le backrooms? La trama, che sul Secolo XIX avevamo accennato già a inizio aprile (qui), quando fu pubblicato il primo trailer del film, è in realtà parecchio più complicata di così: in inglese, il termine backroom sta effettivamente a indicare il retrobottega, ma quelle conosciute in Rete come backrooms sono altro. Sono un retro che è pure peggio di quello del banco dei pegni di Zed e Maynard in Pulp Fiction. Nel gergo di Internet, le backrooms sono una sorta di altra dimensione, in cui si entra o anche si può finire o cadere per sbaglio, stanze più o meno grandi, labirinti di muri e corridoi, desolanti e opprimenti e che fanno parte dell’insieme degli spazi liminali: sono luoghi di passaggio totalmente privi di persone o di vita, come (nel mondo reale) i lunghi corridoi degli hotel o di una nave da crociera, aree giochi senza bambini, aule di scuola senza studenti, centri commerciali enormi e deserti. L’estetica delle backrooms come le conosciamo oggi è stata definita nel 2019 da un post su 4Chan (questo) che a sua volta ha avuto origine da una foto scattata nel 2003 durante i lavori di ristrutturazione di un punto vendita della catena HobbyTown a Oshkosh, nel Wisconsin. È così che le vedremo nel film di Kane Parsons, che al tema ha dedicato nel 2022 una webserie in 22 episodi su YouTube, che oggi ha oltre 200 milioni di views e che ha contribuito enormemente alla popolarità delle backrooms. Vedere prima la webserie è necessario? No, ma probabilmente utile e potrebbe aiutare: come detto, di backrooms si parla online da prima dei video di Parsons ma è ai suoi video che il film si rifarà, anche nei contenuti e in certi riferimenti non solo estetici. Alcuni personaggi vestiti con quelle che sembrano tute anti-contaminazione, che si vedono nel primo trailer, così come alcuni suoni e una o più creature che sembrano aggirarsi fra i corridoi gialli, vengono evidentemente dal materiale di Parsons. Come è logico che sia, visto che è il regista del film. Vedere la webserie non dovrebbe esporre al rischio di spoiler ma anzi potrebbe servire per capire meglio l’impostazione del film: se non si avesse tempo di guardarla per intero, il nostro consiglio è di dedicarsi almeno al primo episodio, se non ai primi 5 e possibilmente anche alle puntate 15 e 17. youtube: il primo episodio di The Backrooms