Un albergo foderato di neon come in Enter the Void di Gaspar Noé, in cui si ritrovano tre donne inseguite da un maniaco che fanno tanto Dario Argento, un look tecno di Blade Runner, il tutto su colonna sonora del grande collaboratore di Brian De Palmam, Pino Donaggio. Come nei suoi film precedenti, a partire da Drive (ricalcato su Driver, l’imprendibile di Walter Hill), l’universo di Nicolas Winding Refn è un universo di citazioni. Al suo quarto film in prima mondiale a Cannes, Refn torna come se i dieci anni in cui è stato assente dietro alla macchina da presa (eccetto che per la serie tv Too Old to Die Young), non fossero passati. Per certi versi, l’effetto Rip Van Winkle di Her Private Hell contrasta piacevolmente con il conformismo visivo e culturale che attraversa gran parte della selezione – con molti film che esplorano passati traumatici e relazioni famigliari irrisolte.

ANCHE stilisticamente parlando, il suo gruppo di famiglia in un inferno – una figlia attrice (Sophie Tatcher, dalla serie televisiva Yellowjackets) e una matrigna dall’aura dominatrix che competono per l’attenzione di un padre sadico che potrebbe essere anche un serial killer con gli occhi fiammeggianti che si chiama Leather Jacket – è tutto controcorrente. Her Private Hell è un film di gelido erotismo sessista (e sadomasochista un po’ vecchio stampo (che infatti Fremaux non ha messo in concorso), in un’atmosfera di perenne incubo notturno. La trama poliziesca (di nuovo Blade Runner) che non sta appesa da nessuna parte. Lo stesso vale per un padre militare (Charles Melton, la scoperta di Todd Haynes in May December) che cerca invano la figlia scomparsa in strade piovose. Tutta suggestioni di stampo surrealista, immersa nei colori lividi del neon e con dialoghi che fanno l’effetto di una parodia di Beckett priva di ironia, la sfida di Refn potrebbe anche essere interessante se il film non fosse così vuoto. Impersonale della sua «visionarietà» troppo ovvia. E in ultimo troppo poco perverso. Divertente la scena con figlia e matrigna, a cui su unisce Hunter, una terza donna, che sembra più cattiva di loro ma si autodistrugge nella sua ovvietà, combattono con pistole spaziali in costumi tra quelli di Barbarellae e di Amazon Women on the Moon/Donne amazzoni sulla luna. Ma il primo che non sembra più credere all’algido, cattivo e superfluo mondo che ha creato risulta Refn stesso. Infatti, sembra quasi annoiato.