Prima di parlare de **La Valle dei sorrisi **facciamo una premessa: contrariamente a quel che si può pensare, ricominciare a fare film dell’orrore dopo decenni in cui il genere è stato sostanzialmente abbandonato, a parte qualche caso sporadico e isolato, non è questione solo di creatività o conoscenza del genere ma molto di mestiere e processi produttivi. Non può insomma avvenire di colpo, serve un percorso, serve riacquistare confidenza con un certo linguaggio, con un modo di recitare, illuminare, montare, scrivere ecc. Serve che i produttori accettino di farli e di farli senza timore, affondando nella parte disturbante del genere, serve che le maestranze ritrovino il gusto giusto e che puntare su un tono duro, efferato e possibilmente davvero spaventoso non sia una scommessa ma una scelta ragionevole. Insomma è un processo.In Italia questa scalata al ritorno dell’horror è partita qualche anno fa, quando un piccolo numero di registi ha ricominciato a provarci sul serio e a fare cinema di paura, e qualche produttore ha provato a dar loro fiducia. Ci sono stati tanti esperimenti insufficienti, alcuni decenti, altri promettenti. La valle dei sorrisi è il primo di questi film a potersi dire un horror pienamente riuscito. Anche se non perfetto.È la storia di un insegnante di ginnastica a cui viene assegnato il lavoro in una scuola del nord Italia. C’è la provincia, il paesino isolato e subito capiamo che qualcosa non va. È un misto di piccole convinzioni provinciali, atteggiamenti da comunità ristretta, in cui i problemi si risolvono parlandosi e le persone vengono facilmente etichettate, e l’ossessione italiana per i culti pagani attraverso i quali appaltare ad altre entità la soluzione dei problemi. Lo spunto è insomma un classico: un elemento estraneo penetra in una comunità scoprendo (insieme al pubblico) il sommerso; è qualcosa di internazionale e moderno per fortuna (ci sono toni e immagini da elevated horror e un po’ da folk horror) e non l’imitazione dei film di Argento e Bava, e al tempo stesso qualcosa di molto locale nello spirito. Tutto giusto.Quella che apparentemente sembra partire come una storia di bullismo scolastico diventerà a un certo punto (un po’ tardi, a dire il vero) una storia sovrannaturale e finalmente inquietante. Troppo a lungo infatti La valle dei sorrisi non sembra interessato a inquietare, usa più che altro gli effetti sonori per suggerire che siamo in un film dell’orrore, e preferisce introdurci alla situazione come se non ci fosse nulla da temere. Questa maschera cadrà a un certo punto e proprio la maniera in cui Paolo Strippoli, che il film l’ha diretto e scritto (con Jacopo Del Giudice e Milo Tissone), al suo terzo tentativo con l’horror dopo A Classic Horror Story (fatto con Roberto De Feo, buono ma con toni ironici) e Piove, affonda le mani nel perturbante e nel mostruoso è ciò che convince.Una scena de La Valle dei sorrisi di Paolo StrippoliVision distributionLa piaga degli horror italiani recenti è sempre stata il tirare indietro la mano davanti agli aspetti più repellenti, proporsi come horror ma poi non esserlo davvero. Cosa che fa sorridere se si pensa che gli horror italiani dell’età d’oro del genere erano famosi in tutto il mondo soprattutto perché erano molto più duri ed efferati di quelli di altri paesi. Anche La valle dei sorrisi inizialmente sembra avere proprio quel difetto, non ha subito l’audacia di andare nelle viscere e non si mostra mai perverso o disturbante. Per fortuna è anche fin da subito un film interessante: la penetrazione di Michele Riondino, uomo distrutto da traumi passati, senza voglia di vivere e apatico, in questa comunità attraverso un interesse sessuale per una ragazza e la curiosità per uno dei ragazzi a cui insegna, è accattivante. Migliore di certo rispetto a dinamiche simili viste in film drammatici.Ci vuole insomma un po’ perché La valle dei sorrisi esca dal pantano della prevedibilità e mostri la propria originalità, ci vuole che qualche occasione di disturbare il pubblico venga persa e che alla fine anche uno degli argomenti principali della storia, cioè la caratteristica perversa che hanno le pulsioni a lungo sopite quando sono rese possibili da un grande potere non sanzionabile, sia un po’ lasciato andare. Peccato. Questo non è ancora l’horror italiano moderno definitivo, gli manca il tono giusto nella recitazione dei comprimari (un gruppo di attori visti sempre in film drammatici o commedie del resto), ma è un film che conosce la strada giusta e la percorre.Vision distributionLa maniera in cui nel finale un pugno di immagini fa tutto il lavoro, una palestra che sembra una chiesa pagana, strutture triangolari come Midsommar, movimenti di massa che sembrano coreografati come Smile 2 e una maschera deformata, sono un balsamo rinfrescante. In precedenza forse solo Il legame di Domenico De Feudis aveva mostrato di sapersi avvicinare così tanto all’horror reale. La valle dei sorrisi alla fine forse non mette esattamente paura, gli manca proprio l’affondo, ma è un film che sa manipolare le inquietudini vere e sa usarle per mostrare qualcosa di nascosto: le reazioni alle paure e la mostruosità delle persone quando qualcosa di fantastico e sovrannaturale viene messo a loro disposizione.