A Modena indagini sul disagio privato di Salim trasformato in una missione E a Firenze si cercano i contatti social del quindicenne tunisino arrestato
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Il disagio non assolve, non attenua e non spiega da solo. Può però diventare il terreno su cui il terrorismo jihadista pesca, seleziona e orienta soggetti vulnerabili, isolati, frustrati, marginali o in rotta con la propria storia personale. È il punto più delicato nelle verifiche aperte dopo i fatti di Modena e l’arresto del 15enne tunisino a Firenze. Nel caso di Salim El Koudri, gli inquirenti lavorano per capire se il gesto sia rimasto dentro il perimetro di una violenza individuale, forse legata a un disagio psichico, o se quella rabbia abbia incrociato contenuti, contatti o simboli capaci di trasformarla in azione di matrice ideologica. La Procura, allo stato, non ha contestato l’aggravante terroristica, né l’odio razziale, né la premeditazione. Le motivazioni dell’azione non sono ancora accertate. Saranno gli inquirenti a stabilire se esista un movente ulteriore, se vi siano legami con ambienti radicali o seil fatto resti fuori dal terrorismo. La domanda investigativa, però, è già sul tavolo: qualcuno ha orientato, rafforzato o legittimato quella rabbia? Oppure El Koudri ha assorbito da solo contenuti estremisti fino a interpretarli come giustificazione dell’azione? È la zona grigia del gesto ibrido. È lo schema che da anni preoccupa le intelligence europee. Non una cellula strutturata, non sempre un ordine dall’estero. Non necessariamente un reclutatore identificabile. Spesso un soggetto è solo nell’esecuzione, ma non sempre nel percorso di radicalizzazione. La propaganda jihadista lavora anche così: intercetta fallimenti, frustrazioni, isolamento, vulnerabilità sociale o psichica e offre una cornice. Trasforma un disagio privato in missione, una rabbia personale in vendetta, un fallimento in appartenenza, una violenza in martirio.











