Da una settimana un convoglio di trecento persone – personale medico, ingegneri, muratori, attivisti, tutti e tutte volontarie – è accampato a ridosso del checkpoint tra la Libia occidentale e quella orientale, territorio controllato dalle milizie del generale Khalifa Haftar. Portano con sé aiuti e medicinali destinati alla popolazione di Gaza, come quelli fermati nel Mediterraneo dall’esercito di Israele. E con l’interruzione violenta e illegale della missione via mare della Global Sumud Flotilla, la speranza di bucare l’embargo israeliano imposto alla Striscia ora sono riposte su questa missione di terra trainata dalla Global Sumud Maghreb in coordinamento con la Global Sumud internazionale.
Domenico Centrone, responsabile media del convoglio di terra raggiunto telefonicamente dal manifesto, spiega che il convoglio è formato da cinque autobus e diversi minivan, tre autoambulanze e tre case mobili, ed è partecipato da 150 membri provenienti da Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania, più altri 150 «internazionali»: oltre alla folta delegazione turca, solo loro contano cinquanta persone, ci sono anche 13 cittadini e cittadine italiane.
Arrivata a Tripoli mercoledì 6 maggio, la delegazione italiana assieme al resto del convoglio ha iniziato a muoversi in direzione di Sirte più velocemente del previsto, a causa di una campagna mediatica orchestrata dalle autorità locali per disincentivare la missione. «La stampa ha iniziato a pubblicare articoli che ci descrivevano come miscredenti che ballavano con le donne del convoglio», ha spiegato Centrone. «Hanno utilizzato anche delle immagini create con l’intelligenza artificiale».











