«È ora che gli Stati uniti tornino a porre la propria impronta in Groenlandia». Con queste parole l’inviato speciale Jeff Landry, governatore della Lousiana ed emissario trumpiano per l’isola dei ghiacci, ha commentato la sua tre giorni a Nuuk. La Casa bianca dunque non molla la presa. Nell’incontro di gennaio a Washington tra i rappresentanti del governo danese e groenlandese e il vice presidente Usa J.D. Vance e il segretario di stato Marco Rubio, dopo le minacce trumpiane di annessione dell’isola, si era arrivati a un fragile accordo di cooperazione. In questi mesi le diverse rappresentanze diplomatiche hanno continuato a incontrarsi, a vari livelli, anche se sempre a porte chiuse e non rendendo pubblici i termini di possibili accordi di cooperazione.

Dopo la tre giorni in Groenlandia di Landry e le sue dichiarazioni al ritorno in patria sembrano chiarirsi le nuove mire trumpiane: aumentare significativamente la presenza militare nell’isola dei ghiacci. Ad oggi è operativa una sola base Usa, a Pituffik, nell’estremo nord ovest con circa 200 soldati che hanno funzioni di monitoraggio soprattutto in campo aereospaziale. Durante gli anni della “guerra fredda” la Groenlandia arrivò a ospitare circa 11 mila militari statunitensi distribuiti in 17 basi.