“Molte di queste condizioni vengono diagnosticate tardivamente, sono sottovalutate e quasi sempre attribuite unicamente a una problematica psicologica”. A dirlo è Filippo Murina, professore all’Università Statale di Milano e responsabile del Servizio di patologia vulvare dell’Ospedale Buzzi di Milano e coordinatore delle raccomandazioni sulla vulvodinia in corso di redazione presso l’Istituto Superiore di Sanità. Le sue parole fotografano una realtà che una recente review pubblicata su Nature da Reisman, Dubinskaya e Padoa traduce in numeri: la disfunzione sessuale femminile (Fsd) interessa tra il 30 e il 50 per cento delle donne sessualmente attive, eppure resta in larga parte invisibile al sistema sanitario.

Il dolore che la medicina continua a ignorare

La review individua tre ostacoli principali: lo stigma che circonda la salute sessuale femminile, la scarsa consapevolezza tra i clinici e l’accesso limitato a cure specialistiche. Murina aggiunge un quarto fattore: “Il problema è duplice. Chi vive il disagio fatica a trasmetterlo a un operatore sanitario; l’operatore, a sua volta, deve comprendere che anche quando sul piano clinico non si vede nulla può esistere un’ipersensibilità delle terminazioni nervose che porta a percepire dolore”.