Senza nessun preavviso, a 52 anni, Laura si è svegliata un giorno con fortissimi dolori pelvici e sangue nelle urine. Per arrivare alla diagnosi di tumore della vescica, però, ci sono voluti ben 9 mesi. Tempo in cui la malattia è progredita, fino ad arrivare a uno stadio avanzato. Era il 2015 e oggi Laura Magenta è volontaria e assistente alla presidenza dell’Associazione PaLiNUro - Pazienti Liberi Dalle Neoplasie Uroteliali. Qui di storie come la sua ne ha sentite parecchie, soprattutto tra le donne.
Una diagnosi più difficile
“Per noi l’iter per la diagnosi di tumore dell’urotelio (il tessuto che riveste le vie urinarie, tra le quali vescica, pelvi renali, ureteri e uretra, ndr) è più complicato che per gli uomini - racconta a Salute - Banalmente perché pensiamo per prima cosa a un problema ginecologico o a una cistite, o perché sottovalutiamo il sintomo. Molte, inoltre, pensano che l’urologo sia un riferimento solo per i problemi maschili. Anche i medici, però, possono sottovalutare i sintomi, come è accaduto nel mio caso. Allora il mio dottore mi prescrisse una cura antibiotica e un’ecografia esterna dell’addome: non era l’esame corretto e non mostrò nulla”. I dolori passarono per un po’, e anche al secondo episodio la cultura delle urine e la visita urologica non avevano rivelato altro che uno stato infiammatorio. “Il mio era un caso particolarmente difficile, perché il tumore partiva dall’uretra: solo con la seconda cistoscopia è stato possibile scoprirlo, quando ormai era ad uno stadio avanzato”.







