Ci sono parole che, appena pronunciate, sembrano appartenere a un altro secolo. Poi però restano lì, sospese, e costringono a fare i conti con una domanda decisamente poco rassicurante: se oggi certe idee tornano ad affacciarsi senza vergogna, significa forse che non se ne sono mai andate davvero. Negli Stati Uniti, negli ultimi anni, è cresciuto un universo culturale che tiene insieme destra radicale, fondamentalismo religioso, influencer della manosphere, think tank conservatori e movimenti legati al cosiddetto “Christian nationalism”.
Le conquiste delle donne avrebbero “disgregato” la famiglia
Mondi diversi, ma attraversati da una convinzione comune: la società occidentale sarebbe entrata in crisi nel momento in cui ha messo in discussione la famiglia patriarcale tradizionale. Dentro questa narrazione il femminismo viene raccontato non come una conquista democratica, ma come una frattura. L’autonomia economica delle donne, il diritto al divorzio, il controllo sul proprio corpo, la libertà di voto e di scelta diventano elementi accusati di aver “disgregato” la famiglia e indebolito l’autorità maschile.
Cos’è il “household voting”
È qui che riemerge anche la teoria del cosiddetto “household voting”: un voto per nucleo familiare, rappresentato dal capofamiglia, cioè dal marito. Non è una proposta legislativa concreta pronta a entrare nei parlamenti. È qualcosa di più profondo: una produzione culturale che prova a spostare il confine di ciò che può essere detto pubblicamente.







