C’è un dato che racconta meglio di qualsiasi retorica la condizione delle madri in Italia: nel 2025 sono nati appena 355mila bambini, con un tasso di fecondità fermo a 1,14 figli per donna (Fonte: ISTAT). È uno dei livelli più bassi in Europa. Ma il punto non è solo demografico. È economico, sociale, culturale. Perché oggi in Italia fare un figlio è ancora, troppo spesso, un rischio per il lavoro delle donne.

I numeri lo dimostrano con chiarezza. Il tasso di occupazione femminile si ferma intorno al 56%, oltre 17 punti sotto quello maschile (Fonte: ISTAT, Rapporto Annuale 2025). Ma il vero spartiacque è la maternità: tra le donne senza figli lavora circa il 68,9%, mentre tra le madri si scende al 62,3% (Fonte: Altreconomia su dati ISTAT). Una donna su cinque lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio (Fonte: INL), e oltre il 30% delle lavoratrici è impiegato in part-time, spesso non per scelta (Fonte: ISTAT). La maternità, in Italia, continua a essere una penalizzazione strutturale.

Negli ultimi anni lo Stato ha fatto passi avanti introducendo strumenti come l’assegno unico e rafforzando i congedi parentali, ma i dati ci dicono che non è sufficiente. Il problema è più profondo e riguarda la carenza di servizi per l’infanzia, i forti divari territoriali e una distribuzione ancora squilibrata del lavoro di cura, che continua a ricadere in larga parte sulle donne. Non a caso, la quasi totalità delle persone che escono dal mercato del lavoro per motivi familiari è rappresentata da donne (Fonte: Save the Children su dati ISTAT). Senza un sistema solido di servizi, dalla scuola al tempo pieno, è difficile immaginare un’inversione del trend demografico.