Lingua, religione, abiti da festa e cucina sono i pilastri dell’identità culturale. Su questi si fondano le comunità a minoranza linguistica, in Calabria grecanico, occitano e arbëreshë. Nel tempo le usanze culinarie si sono mescolate con i prodotti locali, tenendo in vita i sapori degli avi. Parlano occitano i discendenti dei valdesi che nel XIII trovarono rifugio in alcuni centri nella provincia di Cosenza, da Borgo degli Ultramontani, vicino Montalto Uffugo, a Guardia Piemontese. Memoria storico-culturale e cucina casalinga che ricorda le montagne alpine: zuppe di orzo e legumi, polenta con il finocchietto selvatico, pane di grano duro, la micetta, e le toumaie, formaggi freschi simili alle tome piemontesi.

Una celebrazione con rito bizantino-greco nella chiesa di Santa Maria Assunta di Civita

A più ondate, dalla Megale Hellas (Magna Grecia, ndr) ai Bizantini, coloni greci hanno popolato l’area jonica reggina. Quando nel 1059 i Normanni segnarono la fine del dominio bizantino, gli ellofoni si rifugiarono sulle impervie alture dell’Aspromonte, nascondendosi prima dagli invasori e secoli dopo dai saraceni. Da Capo Zefiro alle porte di Reggio Calabria, con Bova ideale capitale ellenica in terra calabra, l’identità culturale è custodita dal grecanico e greco di Calabria, tanto che la seconda è iscritta del Red Book dell’Unesco come lingua a rischio di estinzione. Una cultura gastronomica forgiata tra povertà e pastorizia. Lestopitta, pane dei pastori, da lesta pitta, pane veloce: senza lievito, cotto in padella quando al pascolo non c’era il forno. Erbe selvatiche di montagna, capre e pecore per latte e formaggi di tutti i giorni, poi stufate o bollite nei giorni di festa. Il musulupu, boccone del lupo, è il tipico formaggio ovo-caprino colato in stampi intarsiati nel legno di gelso, miele e frutta secca per i dolci tradizionali, memori di origini elleniche.