La Calabria parla da 3mila anni. La voce policroma della regione si spande per le montagne della Sila, i paesi dell’Aspromonte, le comunità arbëreshë, la costa jonica e tirrenica, i vicoli antichi dell’interno, i canti popolari, le nenie, le invocazioni religiose, i proverbi contadini e le parole degli anziani, che talvolta non sanno di custodire frammenti della Magna Grecia, del latino volgare, dell’Oriente bizantino e dell’antico Mediterraneo dei popoli. C’è perfino una musicalità calabrese che precede l’italiano. È una sonorità arcaica, modellata nei secoli, sopravvissuta a invasioni, terremoti, emigrazioni e mutamenti sociali. È un tratto distintivo che resiste all’omologazione e alle metamorfosi identitarie del mondo contemporaneo. Nei dialetti calabresi risiede una delle più straordinarie ricchezze linguistiche europee. Si tratta di un patrimonio storico, antropologico e culturale che studiosi di fama mondiale hanno esaminato per decenni e ritenuto un archivio speciale della civiltà mediterranea. Nei dialetti calabresi si conserva una delle più grandi stratificazioni linguistiche del Mediterraneo. Il latino volgare convive con il greco bizantino, con relitti arabi, francesi, spagnoli, normanni e albanesi. In taluni paesi della Calabria meridionale si colgono costruzioni sintattiche mutuate dalla Magna Grecia. In aree della Sila permangono termini impossibili da tradurre alla lettera, poiché contengono una concezione del mondo e assieme una psicologia collettiva. In Calabria il dialetto non è una mera variante dell’italiano. Piuttosto, si pone come materiale di conoscenza della storia, della memoria e dell’identità collettiva di un territorio variegato e complesso.