«La visita di Vladimir Putin è molto importante. Ma se Xi Jinping e Donald Trump riusciranno davvero a mantenere un nuovo equilibrio nei rapporti, la Cina potrebbe aiutare davvero a risolvere le guerre in Ucraina e in Medio Oriente». Henry Huiyao Wang è il presidente del Center for China and Globalization, tra i più autorevoli think tank non governativi cinesi. E analizza con La Stampa il nuovo ruolo di Pechino, dopo i due summit coi leader di Russia e Stati Uniti. Che significa la visita di Putin in Cina?«La visita è arrivata in un momento molto importante. Il 2026 è un anno in cui la Cina sta assumendo un ruolo sempre più attivo sulla scena internazionale. Quest’anno abbiamo ricevuto il premier del Canada, il primo ministro britannico Starmer, il presidente Macron dalla Francia e il cancelliere Merz dalla Germania. Naturalmente, pochi giorni fa è arrivato anche il presidente Trump. Il mondo sta diventando più complicato, più instabile, con crisi che continuano a moltiplicarsi. Credo che la Cina stia diventando un’ancora di stabilità globale e un attore impegnato nella costruzione della pace. Tutti vengono a Pechino per coinvolgere la Cina, perché è l’unica grande potenza che oggi non è coinvolta in una guerra. La Russia è impegnata in un conflitto, gli Stati Uniti sono coinvolti in guerre, la NATO guidata dagli Stati Uniti combatte indirettamente la Russia. Tutti hanno bisogno della Cina. Per questo i leader vengono a Pechino. C’è poi un secondo aspetto: la guerra tra Russia e Ucraina dura da oltre quattro anni e Mosca è impegnata in negoziati complessi con Stati Uniti, Unione Europea e Ucraina. Penso quindi che abbia bisogno di sostegno. Infine c’è l’economia. Gli scambi bilaterali hanno raggiunto i 250 miliardi di dollari annui e l’obiettivo è arrivare a 300 miliardi nei prossimi anni. Ci sono molte questioni commerciali da discutere. E naturalmente esiste anche una dimensione di continuità diplomatica: visite ad alto livello come questa esistono da tempo. Servono a scambiarsi aggiornamenti, confrontare valutazioni e costruire consenso». Che cosa significa per la Cina ricevere Trump e Putin in un periodo così ravvicinato?«Credo che la visita di Putin fosse stata programmata da tempo, mentre Trump ha modificato il suo calendario. Probabilmente in origine i due appuntamenti sarebbero stati distanziati di settimane. Resta comunque il fatto che due visite così vicine ribadiscono il fatto che tutti i leader mondiali vengono a Pechino per cercare consensi, ascoltare l’opinione della Cina e costruire posizioni comuni. Gli Stati Uniti, per esempio, sono venuti dicendo chiaramente di voler mantenere aperti i canali di dialogo, di non voler vedere Iran o Corea del Nord dotarsi di armi nucleari. La Cina ha sostenuto il Pakistan come mediatore. Inoltre, subito dopo la partenza di Trump da Pechino, l’Iran ha designato il presidente del Parlamento come inviato speciale per la Cina. Questo mostra quanto oggi venga considerato importante il ruolo che Pechino può svolgere nel gestire tensioni e divergenze». La Cina potrebbe avere un ruolo più diretto nei negoziati di pace, tra Russia e Ucraina o tra Iran e Stati Uniti?«Assolutamente sì. Credo che oggi tutti vogliano abbassare la tensione. Non penso che né gli Stati Uniti né l’Iran vogliano continuare a combattere. Trump è limitato dal Congresso e non può iniziare un’altra guerra senza autorizzazione. L’Iran ha già pagato un prezzo molto alto e vuole uscire da questa situazione. Entrambi hanno bisogno di una via d’uscita. La Cina può offrire una piattaforma che permetta a tutte le parti di fermarsi con dignità: dire che è il momento di chiudere il conflitto e concedere un riconoscimento politico a Pechino. Non è necessario che la Cina imponga una mediazione forte. Quando entrambe le parti desiderano fermarsi, basta avere un garante, un punto di riferimento stabile. Lo abbiamo già visto con Iran e Arabia Saudita alcuni anni fa. Durante la visita di Putin non c'è stato un accordo definitivo sul gasdotto Power of Siberia 2, pensa che l'intesa possa comunque arrivare presto?«Potrebbe accadere. Con la guerra in corso, circa il 40% delle forniture energetiche cinesi arriva dal Medio Oriente. Tuttavia tutti stanno diversificando: crescono le auto elettriche e si cercano nuove fonti. Questo potrebbe accelerare le discussioni sul nuovo gasdotto». La partnership Cina-Russia è davvero “senza limiti”?«Quella è un’espressione ormai superata. Non viene più utilizzata. La partnership tra Cina e Russia non è diretta contro terze parti. Non esiste un’alleanza strategica formale. Si tratta di normali buone relazioni. La Cina oggi può rappresentare un fattore positivo. Se riuscisse a normalizzare i rapporti con gli Stati Uniti attraverso questa nuova stabilità strategica e allo stesso tempo aiutasse la Russia a cercare un cessate il fuoco o un accordo con l’Ucraina, emergerebbe come un Paese prevedibile, affidabile e credibile». In Occidente spesso si tende a sopravvalutare l’influenza della Cina sulla Russia?«La Cina ha una grande influenza sulla Russia. Il commercio russo, la tecnologia, i trasporti, perfino il settore automobilistico: dopo le sanzioni occidentali, la Russia ha potuto continuare a sostenere la propria economia in larga parte grazie alla Cina. Il problema non è la mancanza di influenza. Il problema è che i Paesi occidentali continuano a puntare il dito contro Pechino. Gli Stati Uniti hanno definito la Cina il principale rivale strategico ancora prima della Russia. E allora molti cittadini cinesi si chiedono: perché dovremmo aiutare l’Occidente a contenere Mosca? Se la Russia venisse sconfitta, la Cina diventerebbe il prossimo obiettivo. Durante la Guerra Fredda Henry Kissinger andò molte volte in Cina per cercarne il sostegno contro l’Unione Sovietica. Durante l’amministrazione Biden invece Pechino si è sentita accusata più che coinvolta. La realtà è che la Cina è stata spinta dall'America più vicina alla Russia, più che volerlo davvero. Quando Scholz visitò la Cina nel 2022, Pechino disse subito che la Russia non avrebbe dovuto usare armi nucleari in Ucraina. Fu un messaggio molto forte. Successivamente, dopo la visita di Macron, Xi Jinping chiamò Zelensky, anche per rispondere alle critiche secondo cui la Cina ignorava Kiev. Servono gesti costruttivi, come quelli recenti di Trump.E allora la Cina potrebbe diventare più disponibile, esercitare una maggiore influenza e offrire più aiuto. Ma se la Cina viene etichettata come un rivale, trattata come qualcosa di ostile o malvagio, allora si finisce per spingere la Cina ancora più vicina alla Russia». Come valuta la visita di Trump e il nuovo quadro della "stabilità strategica costruttiva"?«Il risultato è stato molto positivo. Si parla della creazione di un consiglio commerciale e di un consiglio bilaterale per gli investimenti. La Cina ha accettato di acquistare 200 aerei Boeing e potrebbe comprarne altre centinaia in futuro. Ha inoltre annunciato acquisti di prodotti agricoli americani per almeno 170 miliardi di dollari all’anno. Ci sono molte notizie positive. La cosa più importante, però, è il passaggio dal concetto di rivalità strategica del primo mandato Trump a quello di stabilità strategica. Questo consente di costruire una nuova narrativa e una nuova normalità nei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Con altri incontri previsti nei prossimi mesi e ulteriori vertici entro fine anno, credo che il 2026 possa segnare una stabilizzazione delle relazioni bilaterali, grazie a quello che definirei un nuovo “stile Nixon” di Trump. Entrambi hanno compreso che non possono trasformarsi a vicenda. Meglio convivere pacificamente e collaborare. Come ha detto Trump, probabilmente è iniziata l’era del G2». Si rischiano nuove tensioni su Taiwan? In particolare, se alla fine Trump desse il via libera alle vendite di armi.«Trump ha detto di non voler percorrere 9.500 miglia per difendere Taiwan e ha affermato che sostenere l’indipendenza dell’isola non avrebbe senso. Era esattamente ciò che la Cina voleva sentire. Sulla vendita di armi, Trump ha detto che potrebbe anche non farlo. Ma in ogni caso, rispetto alle capacità della Cina, quelle forniture sarebbero marginali. La cosa importante è che il tono è cambiato. Lo stesso Lai ha dichiarato che Taiwan non cerca l’indipendenza. È un cambiamento importante, che considero una conseguenza diretta della visita di Trump».