Negli ultimi mesi il vino italiano ha smesso di raccontarsi come un comparto in crescita permanente. I numeri pubblicati dall’Area Studi di Mediobanca nel report Il settore vinicolo in Italia (edizione 2026) restituiscono l’immagine di un settore ancora forte, ma costretto a confrontarsi con un mercato più selettivo, consumi in calo e una domanda internazionale meno brillante. Le vendite complessive dei principali produttori italiani arretrano del 2,8 per cento rispetto al 2024, con una flessione più marcata all’estero (-3,4 per cento) rispetto al mercato domestico (-2,2 per cento).
Non è un vero crollo, ma un rallentamento diffuso che colpisce soprattutto le imprese di minori dimensioni e quelle più esposte sul piano patrimoniale. A soffrire di più sono i vini fermi (-3,3 per cento), mentre gli spumanti limitano le perdite a -1,5 per cento, confermando una capacità di tenuta costruita negli anni grazie a un posizionamento più dinamico e internazionale. Anche la fascia premium perde meno terreno rispetto ai vini di fascia intermedia, segnale di un consumatore disposto ancora a spendere, purché percepisca valore e identità.
Il dato che pesa maggiormente riguarda però il cambio culturale. Secondo l’indagine, l’80 per cento dei produttori italiani ha registrato un calo dei consumi negli ultimi cinque anni e due aziende su tre ritengono che la tendenza continuerà anche in futuro. Secondo il rapporto il vino non vive soltanto una fase economica complicata, ma un vero “break strutturale” nelle abitudini di consumo.











