Non rileggevo Io, Robotdi Isaac Asimov (primo libro della collana dedicata al grande scrittore in edicola dal 21 maggio con Repubblica, ndr) da circa trent’anni. Il 1996 in cui lo lessi per la prima, e unica, volta è l’anno degli esami di maturità, della mia iscrizione alla facoltà di Matematica dell’università Federico II di Napoli e, soprattutto, ai fini di questo testo che accompagna una nuova edizione del romanzo, è un anno in cui a tavola si discute di politica, essenzialmente di Silvio Berlusconi, e non di intelligenza artificiale né del rapporto, economico ed esistenziale, tra esseri umani e macchine.

Dal 21 maggio

In quel 1996, ho una familiarità naturale, o forse liceale, non teorica, con gli strumenti logico-deduttivi, perché non sono ancora passata – mi appresto a farlo con le migliori intenzioni, ma il mio percorso è all’alba – nella lunga galleria di rose e spine intrecciata dagli esami di algebra, analisi e geometria. Premetto questo perché sono certa che, nel 1996, non mi sia resa conto che Io, Robot di Asimov è un romanzo che si snoda attraverso una serie di storie ciascuna delle quali è un’eccezione alle Tre leggi fondamentali della robotica, che – nella traduzione, come ogni citazione di questo mio scritto, di Vincenzo Latronico – suonano: 1. Un robot non può arrecare danno a un essere umano, o, mancando di agire, lasciare che un essere umano subisca un danno. 2. Un robot deve obbedire agli ordini che riceve da un essere umano, se ciò non è in conflitto con la Prima Legge. 3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, se ciò non è in conflitto con la Prima e la Seconda Legge.