Un libro importante. Di più: un libro necessario. Soprattutto un libro giusto questo di Serena Dandini, “Paura non abbiamo” (Einaudi), nel senso che contribuisce a fare giustizia riparando al torto che un Paese smemorato ha fatto alla memoria delle donne che prima come partigiane e poi come Costituenti hanno contribuito a «fare la Repubblica», come si legge nella appassionata Prefazione di Michela Ponzani. Le foto sbiadite dell’epoca ce le mostrano «fiere, spavalde e sorridenti», sui volti la felicità di «contare finalmente qualcosa…, non più fragili ornamenti della società». Ciononostante, come scrive l’autrice, «quasi nessuno si era preso la briga di raccontarle, per anni una voragine storica profonda come un buco nero ha risucchiato la memoria delle loro gesta eroiche, sostituendole con un riassuntino edulcorato». Allo stesso modo per la partecipazione all’Assemblea Costituente. Sappiamo che erano 21 le donne Costituenti su 556 eletti, il 3,8 per cento, ma al di là del dato numerico (impressionante nella sua sproporzione) di loro, delle loro vite, del loro contributo, si sa poco. Si continua a parlare dei Padri costituenti, ma di quelle Madri della patria rimane quasi sconosciuto persino il nome. Eppure, per la maggior parte, erano vite pesanti le loro, dure, sofferte. Per alcune, soprattutto militanti comuniste come Adele Bei, Teresa Noce, Rita Montagnana, la persecuzione poliziesca fin dalle origini del fascismo, la peregrinazione nell’esilio tra Francia, Spagna, Urss, braccate con i loro mariti e compagni, i figli affidati ad amici o al Collegio Interdom a Ivanovo, Russia, poi il carcere, il confino, per una il lager di Ravesbruck. Per altre, come la giovanissima Teresa Mattei la lotta partigiana, l’arresto, la tortura, un fratello morto suicida in carcere per non cedere agli aguzzini nazisti. O, come la più anziana, Angelina Merlin, quasi sessant’anni nel ’46, socialista, l’espulsione dall’insegnamento, il Tribunale speciale, l’impegno nella Resistenza con i Gruppi di difesa della donna, percorso non differente da alcune colleghe democristiane. Un mondo maschile, politico e giornalistico, ottuso, misogino e malato di patriarcalismo, le aveva accolte con un misto di curiosità, diffidenza, sarcasmo, trivialità grondante pregiudizio. L’attenzione si era concentrata sull’aspetto, i particolari più frivoli: di Teresa Mattei i cronisti annotano il «vestito blu a pallini bianchi con un bianco collarino, i molti bei riccioli bruni e due begli occhi vivi»; di Bianca Bianchi, definita la Biondissima, colgono l’ «abito color vinaccia e i capelli lucenti che le conferivano un aspetto d’angelo», senza nascondere la sfiducia nelle loro capacità di far fronte all’impegnativo compito che le attendeva. E invece il loro lavoro di legislatrici sarà di altissimo livello e il loro contributo al testo della Carta risulterà fondamentale. Sarà grazie a loro (in particolare alle cinque partecipanti alla Commissione dei 75 incaricata dell’attività preparatoria del testo) se nell’Articolo 3 dedicato all’eguaglianza, figura l’espressione «senza distinzione di sesso», per cui si batté Merlin insieme a Teresa Mattei e a Nilde Iotti contro la diffusa opinione dei maschi che ritenevano inutile quella precisazione. Si deve a quella profetica integrazione se, anni dopo, si potrà abolire la famigerata legge Sacchi del 1919 che impediva alle donne l’accesso alle carriere nella pubblica amministrazione, a cominciare dalla magistratura. Così come si deve al coraggioso impegno di quelle Madri della patria, in primis una giovanissima Nilde Iotti, l’inserimento nell’articolo 29 della Carta della «fatidica frase che sancisce l’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi», e vent’anni dopo avrebbe aperto la strada alla riforma che aboliva il reato di adulterio riservato solo alle mogli (i mariti potevano fare quanto volevano, era nella natura maschile…), e poi al nuovo Diritto di famiglia (1975), al superamento dell’infame normativa sul “matrimonio riparatore” e alla cancellazione del “delitto d’onore”. Quel risultato lo ottennero, bisogna pur dirlo, nonostante le resistenze dei costituenti maschi. Così come furono loro, tutte insieme, quelle di sinistra, le cattoliche, persino le (due) elette dall’uomo qualunque, a pesare in modo determinante sulla formulazione dell’articolo 11, con quel «l’Italia ripudia la guerra» per cui si erano tanto battute. Il libro ci restituisce il ritratto di loro, uscite dagli scanni a festeggiare in un allegro girotondo di vittoria. Ed è, tanto più oggi, un’immagine che rincuora. Quell’impegno – prima nella lotta antifascista, poi alla Costituente e in Parlamento – ebbe un prezzo alto. Per alcune altissimo. Affetti famigliari sacrificati, amori spezzati, vite private cancellate… In tanti, troppi, uomini non sopportavano quelle donne che «avevano combattuto, anche contro se stesse, per prendersi la storia». Non perdonavano loro di aver spento «il sacro focolare domestico per correre incontro alla loro libertà». E si sfogavano con tutta la volgarità di cui erano capaci, con titoli come «Donne alla Camera, vuoto in cucina» deprecando il fatto che avessero abbandonato «il fuso per Montecitorio e la lana per Palazzo Madama» (così sul paludato Tribuna Illustrata). L’attività parlamentare di quelle coraggiose (il libro lo documenta bene) spesso era accompagnata da raffiche di insulti, apprezzamenti triviali, oltraggi. Così accadde a Teresa Noce che, mentre si batteva per i diritti delle donne lavoratrici e la tutala della loro maternità, era oggetto di una campagna di body shaming («troppo mascolina, poco truccata, sciatta, dimessa, sgraziata: i giornalisti la paragonano a una scimmia, la chiamano befana antifascista e Miss racchia, e questi sono gli epiteti più eleganti»). Per non parlare di Lina Merlin, colpita per la sua nobile battaglia contro la barbarica realtà delle case chiuse gestite dal governo e colpita da infinite contumelie («isterismi pudibondi di vecchie dall’irrequieta menopausa»), tacciata di «bieco moralismo», i suoi discorsi giudicati «vaniloqui di un’anziana bigotta». Erano d’altra parte donne dal carattere forte, capaci di dire di no, di ribellarsi ai soprusi e alle imposizioni anche quando provenivano dai capi del loro partito, e per questo spesso colpite dalle loro rispettive comunità politiche. Il libro di Serena Dandini ha anche questo merito, di riscattarle nella grandezza delle battaglie da loro combattute e vinte. Insieme a un altro, importante pregio: le biografie sono inserite nel contesto storico e culturale dell’Italia di allora, di cui sono offerti squarci vivaci del costume, della mentalità, delle spaventose arretratezze che queste donne contribuirono a combattere e almeno in parte a superare. Se siamo migliorati rispetto alle brutture di “come eravamo”, lo dobbiamo anche a loro.
Madri della Patria, le donne che hanno fatto la Repubblica
Serena Dandini nel suo nuovo libro, «Paura non abbiamo», racconta le battaglie che condussero e i pregiudizi che subirono









