C’è una contraddizione al cuore del sistema produttivo italiano che l’ottavo Rapporto sull’Economia Circolare in Italia 2026 – presentato il 14 maggio a Roma dal Circular Economy Network con Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile ed Enea – mette a fuoco con chiarezza. L’Italia è il Paese europeo più bravo a riciclare, il più efficiente nell’uso delle risorse, il più circolare tra le grandi economie del continente. Ma è anche il Paese più dipendente dalle importazioni di materie prime: un sistema industriale avanzato, capace di trasformare enormi quantità di materiali, ma quasi privo di riserve proprie.

UN LEADER FRAGILE: I NUMERI di un primato a doppio taglio. Il tasso di utilizzo circolare di materia (Cmu) ha raggiunto il 21,6% nel 2024, il più alto in Europa contro una media Ue del 12,2%. La produttività delle risorse è cresciuta del 32% dal 2019: l’Italia genera 4,7 euro di Pil per ogni chilogrammo di risorse consumate, quasi il doppio della media continentale, e guida la classifica Ue del riciclo imballaggi con il 76,7%, ben oltre la media Ue del 67,5%.

MA BASTA GIRARE LA MEDAGLIA: il 46,6% delle materie prime trasformate proviene dall’estero, contro una media Ue del 22,4% – il dato più alto tra le grandi economie comunitarie. E il costo di questa esposizione cresce: nel 2025 la spesa per le importazioni di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del 23,3% rispetto al 2021. Il costo dei metalli – nichel, rame, acciaio – è cresciuto del 18% e rappresenta il 40% del valore totale delle importazioni nazionali.