Il prigioniero è sacro. O, almeno, dovrebbe esserlo. Così come la sua dignità. Interi scaffali di convenzioni e dichiarazioni universali stanno lì a tracciare una linea rossa tra «noi» e «loro». Dove «noi» siamo le democrazie liberali, gli stati di diritto, quell’insieme di entità e comunità che nei secoli hanno metabolizzato e tradotto in norme il razionalismo illuminista, la reazione etica ai totalitarismi, Beccaria, Kant e Montesquieu, Hannah Arendt, Emmanuel Lévinas e tanto altro ancora.E «loro» sono le segrete dei regimi, l’oscurantismo medievale di ritorno, i campi di rieducazione delle tirannidi, i boia di Teheran e i tunnel di Hamas. Naturalmente, bando alle ipocrisie, quella linea rossa viene varcata non di rado e colpevolmente da chi si ammanta dei nostri principi di civiltà: posti come Guantanamo, Abu Ghraib o, più di recente, il carcere di Sde Teiman nel deserto del Negev stanno lì a ricordarcelo. E tuttavia è raro trovare nella storia più prossima di ciò che chiamiamo (ancora, ostinatamente) Occidente qualcuno che faccia una così aperta ostensione della ferocia. Di più: qualcuno che della ferocia faccia un’arma di propaganda elettorale.

Il video di Itamar Ben-Gvir tra i prigionieri della Flotilla ammanettati e in ginocchio nel porto di Ashdod, umiliati e terrorizzati da agenti col volto coperto, è esattamente questo genere di spot sulla pelle di chi non può difendersi. Il ministro della Sicurezza del governo Netanyahu sventola tra i militanti filopalestinesi, catturati in alto mare con un’azione di pura pirateria, la bandiera con la Stella di David in favore di telecamera; li deride, chiede al premier di lasciarglieli a lungo per poterli tormentare a dovere, mentre un altoparlante manda a tutto volume l’inno nazionale, Hatikvah, La Speranza, che nel contesto suona quasi blasfemo.