Nei 15 mesi dal suo ritorno alla presidenza degli Stati Uniti, Donald Trump si è dedicato tenacemente a picconare tutti i pilastri su cui si reggono il dominio e la credibilità del dollaro. Il che non significa che li abbia danneggiati irrimediabilmente, ma certamente ha fatto sorgere molti dubbi sulla loro solidità fra le autorità degli altri Paesi e gli operatori dei mercati finanziari.
Questo ha dato forza all’ipotesi che la situazione possa aiutare a far crescere le alternative, per ora inesistenti, in particolare l’euro, dato che l’altro candidato naturale, il renminbi, è frenato dallo stretto controllo che Pechino esercita sulla valuta cinese. In una dichiarazione pronunciata pochi mesi dopo il secondo insediamento di Trump la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ha parlato del “momento dell’euro globale”. Più recentemente Barry Eichengreen, uno dei più eminenti storici della moneta, e due economisti della BCE, Arnaud Mehl e Isabel Vansteenkiste, hanno scritto un articolo dal titolo eloquente: “An opening for the euro” (“Un’apertura per l’euro”). Anche se la loro conclusione è che, “anche se la porta è aperta, nulla garantisce che l’Europa la varcherà” e che “molto lavoro resta da fare”.









