L’importante ricostruzione che Riccardo Ferrante fa della giustizia in Italia dal 1965 a oggi (Processi, magistrati, ideologie. Sessant’anni di giustizia in Italia 1965- 2025, Laterza) dimostra ancora una volta almeno due cose: che la storia ha date diverse a seconda del punto da cui la si osserva e che i fini hanno spesso origine da ragioni opposte a quelle che poi essi hanno realizzato (la loro proverbiale eterogenesi).

La data di partenza del libro di Ferrante coincide con il XII Congresso dell’Anm a Gardone nel 1965, quando si decreta la fine (anche per ovvie ragioni generazionali) dell’eredità prerepubblicana nella magistratura e ci si inoltra verso la superiorità di fatto (sulle prime molto temuta dalle sinistre che poi la invocheranno) della magistratura sulla politica. A Gardone i magistrati si liberano di antiche soggezioni e ruoli ancillari e cominciano a rivendicare un potere, a sua volta e a suo modo, non poco politico. Iniziano infatti a interpretare la loro sottomissione costituzionale alla legge, non più come obbligo di limitarsi all’applicazione delle varie leggi emanate dal Parlamento, ma come dovere di riferirsi anche alla Legge con la maiuscola, alla Costituzione e ai suoi principi generali, avviando un’interpretazione larga e creativa del loro ruolo che arriva sino ad oggi, rafforzata dalla possibilità del ricorso anche a norme e trattati internazionali.