Una tradizione familiare che ricomincia con un dono. Un sodalizio tra territorio e tradizione che continua grazie all’impegno di Marisa Cuomo. E all’audacia di valorizzare vitigni autoctoni sui terreni impervi di uno dei paesaggi più iconici d’ItaliaUna tradizione familiare che ricomincia con un dono. Un sodalizio tra territorio e tradizione che continua grazie all’impegno di Marisa Cuomo. E all’audacia di valorizzare vitigni autoctoni sui terreni impervi di uno dei paesaggi più iconici d’ItaliaC'è un’immagine che più di tutte racconta l’origine della cantina Marisa Cuomo: un uomo che, uscendo dalla chiesa il giorno del proprio matrimonio, annuncia alla folla la nascita di un’azienda dedicata alla moglie. È il 10 giugno 1982 e Andrea Ferraioli compie un atto di amore: «Decisi di regalare a mia moglie la storia della mia famiglia», racconta. Questo è l’inizio di un progetto imprenditoriale che affonda le radici in una tradizione agricola secolare. Oltre il dono, il ruolo di Marisa Cuomo si rivela fin da subito centrale nella costruzione dell’identità aziendale: è una presenza attiva nella gestione e nella visione, che contribuisce a definire lo stile dell’azienda e porta a un’attenzione particolare alla qualità, all’accoglienza e all’immagine.In quegli anni il vino non era ancora un prodotto culturale come oggi, ma una risorsa primaria per le famiglie contadine, insieme alla pesca. La storia della cantina nasce, infatti, da una realtà familiare diffusa, in cui piccoli appezzamenti e produzione domestica costituivano la base dell’economia locale. Ferraioli, dopo aver rilevato le quote dei parenti e acquisito il marchio di famiglia - le cui origini risalgono al 1942 - sceglie di intraprendere una strada allora tutt’altro che scontata: investire in un territorio difficile, frammentato. Negli anni Sessanta e Settanta, mentre le grandi aziende vinicole italiane crescevano grazie alla standardizzazione e alla distribuzione su larga scala, molte realtà della Costiera chiudevano. «Qui non si poteva competere», spiega. «I costi di produzione erano troppo alti, il territorio troppo estremo». È proprio questa “asperità” a diventare, negli anni, il punto di forza della cantina.La svolta arriva nel 1995, con il riconoscimento della denominazione di qualità per i vini del territorio e l’incontro con l’enologo Luigi Moio, figura chiave nella crescita qualitativa dell’azienda. Da quel momento prende forma una filosofia produttiva netta: valorizzare esclusivamente i vitigni autoctoni e rispettare l’identità del territorio. «Non ho mai pensato di fare vini che non appartenessero a questa terra», sottolinea. «Il rischio è perdere il legame con la propria storia». Il cuore produttivo resta la vigna, dove avviene una selezione rigorosa già in fase di raccolta. I vigneti, spesso minuscoli e frammentati in decine di particelle, si arrampicano su versanti con pendenze superiori al 60%, rendendo impossibile qualsiasi tipologia di meccanizzazione. È la cosiddetta viticoltura eroica, dove ogni operazione è manuale e richiede un lavoro meticoloso. Il territorio della Costiera Amalfitana, con suoli calcarei di origine marina, forti escursioni e un’esposizione privilegiata, conferisce ai vini di Marisa Cuomo una marcata identità minerale. «Sono vini riconoscibili a occhi chiusi», afferma. «Unici, perché unico è il contesto in cui nascono».Tra le etichette di punta spicca il Fiorduva, bianco ottenuto da Fenile, Ginestra e Ripoli, fermentato lentamente a bassa temperatura e caratterizzato da grande complessità aromatica, con note di frutta matura e fiori. Il Furore Rosso Riserva, affinato per circa 12 mesi in barriques francesi, presenta invece una struttura più importante, con sentori di frutti rossi, spezie e leggere sfumature tostate. Accanto a queste produzioni di alta gamma, i Furore Bianco e Rosso, i Ravello e i Costa d’Amalfi (Bianco, Rosso e Rosato) offrono interpretazioni più immediate, ma sempre coerenti con il territorio, mantenendo freschezza, equilibrio e riconoscibilità.Alla base di tutto, resta una visione etica del lavoro agricolo. La cantina coinvolge decine di piccoli conferitori locali, garantendo loro continuità economica e contribuendo a preservare un paesaggio che altrimenti rischierebbe l’abbandono. «Se avessi seguito logiche più convenienti dal punto di vista fiscale, avrei dovuto rinunciare a parte dei vigneti e lasciare indietro decine di famiglie», racconta. «Non l’ho fatto». Una scelta che si inserisce in un percorso più ampio: «L’attaccamento alla terra è tutto», dice Ferraioli, ricordando le fatiche della madre, Dorotea Merolla, nei vigneti e la trasformazione di terreni impervi in “giardini”. Oggi, l’azienda guarda al futuro con una nuova generazione già coinvolta nella gestione: i figli Raffaele e Dorotea partecipano attivamente alla vita della cantina. In un settore attraversato da crisi cicliche e cambiamenti nei consumi, Ferraioli difende l’attaccamento al territorio dei suoi vini. E proprio in questa coerenza, costruita nel tempo e lontana dalle mode, si trova il segreto del successo di una delle realtà più emblematiche della viticoltura italiana contemporanea. Tag LEGGI ANCHE L'E COMMUNITYEntra nella nostra community Whatsapp