Da enologo in cantine e grandi gruppi vitivinicoli a titolare di un progetto personale, nella sua terra, la Sicilia. Nel cuore dorato del sud-est siciliano, tra le colline assolate di Noto, Angelo Paternó passeggia fra i filari della sua azienda. L’ha chiamata col nome di sua figlia: Cantina Marilina, un rifugio familiare dove i tempi sono dilatati e la terra si intreccia con il respiro antico della vite. La sua storia affonda le radici nella passione e nell’esperienza accumulate in giro per l’Italia. Un ricco percorso che nel 2001 lo hanno spinto a cambiare vita. Nel momento in cui ha sentito il bisogno di dare un nuovo senso al proprio mestiere, coinvolgendo la famiglia. Non in un posto qualunque, ma immerso nel paesaggio selvaggio e incontaminato tra Noto e Pachino.
Paternò fra i filari
Gli studi, le esperienze, poi la svolta
Originario di un piccolo paese in provincia di Agrigento, Paternó si diploma all’Istituto Agrario di Catania nel 1978, quando inizia la professione di enologo lavorando per importanti realtà italiane, tra cui le Cantine Riunite in Emilia Romagna. Nel 1989 torna in Sicilia, partecipando da protagonista alla rivoluzione enologica isolana avviata da Cantine Settesoli a Menfi. In quegli anni entra in contatto con l’università di Bordeaux e con enologi di fama mondiale come Denis Dubourdieu e Christophe Olivier, esperienze che ne consolidarono la formazione e il rigore tecnico. Collabora anche con Corvo e Duca di Salaparuta, fino a quando nel 2001 avvia il suo percorso indipendente. “Molti trovano singolare questo passaggio – racconta Paternò – ma in realtà è una conseguenza naturale di un percorso. Le grandi aziende ti danno la possibilità di formarti, di affrontare ogni tipo di problema tecnico e organizzativo. Solo dopo aver vissuto quella complessità puoi permetterti di lavorare con la meticolosità e la cura che richiede una realtà più piccola. Oggi posso applicare la scienza enologica con maggiore libertà, curando ogni fase con attenzione e rispetto dei tempi naturali”.






