Nairobi. La vittoria di Sam Altman contro Elon Musk sancita l’altro ieri dalla giuria di Oakland è molto più sfumata di come l’hanno raccontata gli strilloni. I nove giurati hanno impiegato meno di due ore per respingere la causa, ma il verdetto ha riguardato esclusivamente un aspetto burocratico di calendario, senza entrare nel merito della questione: Musk aveva depositato il ricorso oltre il termine triennale di prescrizione previsto dalla legge californiana, e di due anni per la separata accusa di arricchimento illecito personale. La sostanza delle accuse – se OpenAI abbia tradito i propri patti fondativi trasformando una charity in una macchina da profitti privati – è rimasta giuridicamente intoccata. Le cifre richieste erano notevoli. La squadra legale di Musk, guidata dall’avvocato Marc Toberoff, chiedeva che OpenAI e Microsoft restituissero fino a 180 miliardi di dollari in guadagni illeciti, che Altman e il presidente di OpenAI Greg Brockman fossero rimossi dai loro incarichi, e che venisse smantellata la ristrutturazione societaria del 2025 che ha consolidato il braccio for-profit dell’azienda. Musk aveva precisato che l’eventuale liquidazione doveva tornare alla charity originaria, non nelle sue tasche. Il cuore dell’accusa era che Altman e Brockman avessero letteralmente rubato una fondazione, abbandonando la missione benefica dell’IA per il bene dell’umanità a beneficio dei propri guadagni.C’è un dettaglio che la narrazione trionfale tende a seppellire. Durante le tre settimane di udienza è emerso che Musk aveva proposto in prima persona una struttura for-profit, a condizione di mantenerne il controllo, arrivando a suggerire di incorporare OpenAI in Tesla. Altman ha costruito su questa circostanza la sua difesa più efficace: la causa era il tentativo di un rivale sconfitto di sabotare un concorrente.Poche ore dopo la sentenza, lo stesso Musk ha scritto sul suo X che giudice e giuria non si sono mai pronunciate nel merito. La questione della prescrizione era stata al centro del dibattimento anche quando Musk era stato chiamato a testimoniare per tre giorni consecutivi: quando si era accorto delle presunte violazioni, e perché aveva atteso fino al 2024 per agire. La storia tra i due risale al 2015, quando Musk e Altman fondarono OpenAI insieme come nonprofit con l’obiettivo di sviluppare l’intelligenza artificiale nell’interesse collettivo. Già nel 2017, i fondatori erano convinti di dover affiancare una struttura for-profit per raccogliere capitali e attrarre ricercatori. Musk voleva il controllo; gli altri no. Nel 2018 lasciò il consiglio di amministrazione. Da allora OpenAI è diventata una delle aziende private più preziose al mondo, valutata 852 miliardi di dollari dopo un round da 122 miliardi chiuso lo scorso marzo, con Microsoft come investitore storico e principale.Ora il risultato pratico è uno solo: OpenAI avanza verso la IPO senza questa spada di Damocle, in quello che si preannuncia come uno dei più grandi collocamenti borsistici della storia. Musk ha già annunciato il ricorso alla Ninth Circuit, il tribunale federale d’appello della California. La giudice Gonzalez Rogers ha già dichiarato di essere pronta a respingere l’appello seduta stante. La questione di fondo, se una nonprofit possa essere convertita in veicolo d’investimento privato senza che i suoi fondatori ne rispondano, resterà probabilmente senza risposta ancora a lungo.di