REVINE - «Non solo non potevano entrare in acqua, ma non dovevano nemmeno avvicinarsi». Le parole di Camilla Rizzardi, 38enne di Vittorio Veneto, sono chiare. Le ha pronunciate ieri durante il processo per la morte di Mariia Markoveska, bambina ucraina di 7 anni che il 27 luglio del 2022 è tragicamente annegata nella acque del Lago di Revine.
Rizzardi, all’epoca, era la coordinatrice del Grest dell’istituto San Giuseppe di Vittorio Veneto e si occupava dei centri estivi a cui partecipava la piccola. E proprio durante un’uscita al lago di Revine organizzata con operatori e bambini è accaduta la tragedia.Rizzardi (difesa dagli avvocati Anna Tomasi ed Esmeralda Di Risio) è imputata a vario titolo di omicidio colposo, omesso controllo e violazione delle norme sulla sicurezza assieme a Simonetta Da Roch, 56enne, responsabile vicario dell’uscita al lago (difesa dagli avvocati Stefano Pietrobon e Fabio Collodet), Martina Paier, 23enne animatrice del Grest (difesa dall’avvocato Stefano Arrigo) e Marina Baro, suor Maddalena, responsabile delle attività estive del Grest. E ieri, per la prima volta, ha deposto davanti al giudice. La ricostruzione Rizzardi, che dall’agosto scorso non lavora più per l’istituto, ha ripercorso quanto accaduto in quei giorni di luglio. Ha spiegato come venivano programmate le uscite e descritto l’obiettivo dell’escursione del 27 luglio, dove l’idea era di fare una passeggiata lungo il percorso ad anello attorno e poi organizzare una serie di giochi con l’acqua ma senza mai entrare nel lago.«Volevamo ripetere – ha spiegato Rizzardi – quanto fatto durante una precedente uscita al santuario di Santa Augusta in cui i bambini si erano divertiti molto anche per aver giocato con l'acqua contenuta in borracce e bottigliette. Volevamo quindi organizzare dei giochi utilizzando però secchielli o pistole d’acque. Attività che però non comprendevano il bagno nel lago e neppure dell'utilizzo dell’acqua per questioni di igiene. Si era quindi immaginato di fare alcune attività nel campo sportivo che sta lì vicino e avevamo chiesto ai gestori del bar di poter utilizzare i loro bagni e la loro acqua per riempire della bacinelle». Il tutto senza fare il bagno.Su questo punto Rizzardi è stata molto chiara: «Io lo avevo detto in più occasioni che non si doveva entrare nel lago. Lo avevo sottolineato quando l'uscita è stata programmata». E lo aveva anche detto, ha ribadito, a Simonetta Da Roch che quel giorno, subito dopo pranzo, l’ha raggiunta sul posto per darle il cambio: «Avevo chiesto un permesse per incontrare mia sorella di ritorno dall’Inghilterra. Simonetta mi aveva raggiunto per salutarmi e io le ho ripetuto quelle indicazioni. Quello che è successo dopo non me lo spiego».Prima della Rizzardi c’è stata la deposizione di un altro animatore durata oltre due ore: un lungo racconto però costellato da “non ricordo” “e non so” che ha reso complicata ogni ricostruzione. Anche secondo l’animatore i bambini avrebbero dovuto svolgere dei giochi d'acqua, con gavettoni e pistole, ma soltanto a riva. E quindi non mettere il piede nel lago pur avendo i costumi.Poi però è stata presa la decisione di fare il bagno e di entrare in acqua per gruppi. Ma chi ha dato l’autorizzazione a farlo non è chiaro: stabilirlo sarà la chiave di tutto il processo. Rizzardi ieri ha ribadito che tutte le attività erano state coordinate da lei, con tutte le autorizzazioni del caso, e non era previsto alcun ingresso in acqua. Ma i bambini, quel bagno, lo hanno poi fatto.La vicenda La piccola Mariia, scappata dall'Ucraina e dalla guerra con la famiglia, quel 28 luglio di tre anni fa stava giocando a pochi metri dalla riva insieme agli altri bambini quando sono entrati a giocare nel lago. Tutti sono usciti dall'acqua, Mariia invece no.Il corpicino della bambina era stato ritrovato per caso da una coppia di turisti belgi, circa 50 minuti dopo che gli animatori avevano lanciato l'allarme. E ogni tentativo di rianimarla era risultato purtroppo vano.Intanto l’assicurazione ha riconosciuto ai genitori, ai nonni, alla sorella e a uno zio una somma complessiva di quasi 1,3 milioni di euro a titolo di risarcimento danni.










