MIRANO (VENEZIA) - «Credevo di conoscerlo bene, mi fidavo di lui. Quando mia figlia mi ha raccontato quello che le faceva mi sono sentita crollare il mondo addosso». Sette ore di udienza, davanti alla corte d'assise, per ascoltare il perito informatico della procura, l'agente della polizia postale che sequestrò gli hard disk, il carabiniere che raccolse la denuncia ormai tre anni fa. E soprattutto il padre, la sorella e la madre della giovanissima vittima, che ieri, nel ripercorrere la scoperta degli abusi subiti dalla figlia, hanno ricostruito anche quel rapporto di fiducia che li legava al 30enne, in virtù del quale gli avevano affidato la bambina per le ripetizioni di matematica.

LA DENUNCIA La vicenda continua a impegnare i magistrati veneziani ormai dal 2023: all'epoca dei fatti la piccola aveva otto anni (per questo è chiamato a esprimersi il collegio a composizione mista, che oltre ai due togati si compone anche di sei giudici popolari), ma tutto emerse solo a distanza di qualche tempo, quando cioè lei raggiunse un'età che la rendeva in grado di decifrare l'accaduto. Lo raccontò prima alla sorella, in una serie di messaggi che ieri sono stati richiamati in aula, poi ai genitori. In totale si parla di almeno una ventina di episodi, un'abitudine che si era cristallizzata in due anni di lezioni private: quando erano soli il trentenne ne avrebbe approfittato per esprimere i suoi apprezzamenti, per allungare le mani sulle parti intime della bambina, per strofinarsi contro di lei, per baciarla. Con la denuncia, nel gennaio 2023, erano scattati anche altri accertamenti: l'autorità giudiziaria ha infatti deciso di approfondire la figura dell'accusato, ha sequestrato hard disk e computer che aveva in casa e, così, ha scoperto il resto. Nei suoi archivi personali, infatti, il trentenne nascondeva 727 immagini e 152 video di natura pedopornografica, ed ecco perché contro di lui è stato avviato un procedimento parallelo. DETENZIONE E DIFFUSIONE Il pubblico ministero Giorgio Gava ha chiesto di riunire i due fascicoli dopo che, in appello, era stata annullata la sentenza di primo grado che aveva dichiarato inutilizzabili i materiali raccolti. E così, ieri, si è tornati a parlare tanto degli abusi quanto di quei file compromettenti. L'ingegner Michele Vitiello, consulente informatico della procura, ha spiegato nei dettagli il complesso sistema di ricerca messo in piedi dal 30enne per recuperare immagini e filmati: per trovare nel deep web quel materiale l'uomo aveva infatti usato un sistema di navigazione criptata, ricorrendo alla possibilità di uno scambio dati alla pari ("peer to peer") per velocizzare il suo download; significa che, mentre scaricava, metteva anche a disposizione quegli stessi file di altri - ecco perché al 30enne viene contestata non solo la detenzione ma anche la diffusione.L'avvocato Cinzia Paoletti, del foro di Ancona, che segue la famiglia della bambina, costituitasi parte civile, prevede di portare in aula due testimoni nel corso della prossima udienza, fissata per il 21 ottobre. La difesa del 30enne, assistito dall'avvocato Aliai Bassetto, ne convocherà sette - tra genitori, amici e fidanzata dell'epoca dell'imputato, oltre a un medico legale e a uno psicoterapeuta. La tesi che sosterrà il legale sarà quella di una totale invenzione da parte della bambina - motivo per cui l'accusato non ha mai voluto ricorrere a un rito alternativo.