Alaa Faraj ha lasciato il carcere dell’Ucciardone dopo undici anni. Era stato condannato a trenta anni perché ritenuto uno degli scafisti della strage di Ferragosto, ma ieri dalla Corte d’Appello di Messina è arrivato il sì alla revisione del processo. Su di lui era già intervenuta anche la grazia parziale concessa dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.All’uscita dal penitenziario palermitano lo ha atteso Alessandra Sciurba, docente e attivista, che con Faraj ha scritto il libro «Perché ero ragazzo», pubblicato da Sellerio, e che presto sposerà a Palermo. Un abbraccio lungo, dopo anni di battaglie giudiziarie e di iniziative per dimostrare che quel ragazzo libico non era al comando del barcone.La decisione della Corte d’Appello di Messina si basa soprattutto sulla testimonianza resa il 3 marzo, durante l’incidente probatorio chiesto dall’avvocato Cinzia Pecoraro, legale di Faraj. A parlare è stato il cosiddetto «capitano», uno degli otto condannati per la strage. Il suo racconto scagiona Faraj e gli altri sei imputati: «Sono innocenti», ha detto davanti ai giudici.Secondo il testimone, su quel barcone «non vi era alcun equipaggio». La fase finale prima della partenza sarebbe stata gestita da due libici rimasti in Africa, che avrebbero stipato sull’imbarcazione oltre trecentocinquanta persone. Decine furono sistemate nella stiva, senza spazio per muoversi e costrette a respirare i fumi del motore.Il dichiarante ha ricostruito anche i momenti di tensione durante la navigazione. Le persone chiuse sotto cercavano di salire perché non riuscivano a respirare. «Io sono fermato la barca per calmare tutti quanti. Ci ho detto o state zitti o se no torno a Libia. Sono rimasti calmi tutti quanto. Dopo mezzoretta fatto stessa cosa, sono litigati di nuovo. Non ho potuto fare nulla, ho fatto finta di niente e ho continuato mio viaggio che è durato quasi cinque ore. Poi è arrivata la nave militare italiana».Alla domanda dell’avvocato Pecoraro sul motivo dei litigi, il testimone ha risposto: «Perché non ci sono più posti, troppo stretti, quelli sotto vogliono salire sopra. Non c'è nessuna soluzione per farli uscire tutti quanti di là. Io ero solo, non ho potuto fare nulla, non ho saputo cosa fare, ho avuto paura».Un altro passaggio riguarda direttamente Faraj e gli altri condannati. Il testimone ha spiegato di averli visti seduti vicino al motore, in condizioni di estrema difficoltà, e ha escluso che lo abbiano aiutato nella navigazione. Alla domanda se avessero partecipato ai litigi a bordo, ha risposto: «No, non sono di loro, sono degli innocenti».L’apertura del processo di revisione potrebbe avere conseguenze anche per gli altri sei condannati. I loro difensori, alla luce della nuova testimonianza, potrebbero chiedere a loro volta la revisione delle sentenze. Per Faraj, intanto, si chiude una parte della sua vicenda personale: undici anni dietro le sbarre, una condanna pesantissima, la grazia parziale e ora la possibilità di tornare davanti ai giudici per provare a riscrivere il finale del processo.