La sua vicenda umana e giudiziaria l’ha raccontata lui stesso nel libro “Perché ero ragazzo” (Sellerio), in cui ripercorre tutta la vicenda processuale che lo ha portato dietro le sbarre. Ha sempre raccontato di essere innocente. Di essere un 20enne che, più o meno per caso, si era imbarcato dalla Libia in un viaggio della speranza (o della morte) per raggiungere l’Europa e coronare il sogno di diventare calciatore. E invece si è ritrovato condannato in tre gradi di giudizio per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, accusato di essere uno degli scafisti del barcone a bordo del quale, ad agosto 2015, morirono 49 persone soffocate nella stiva. Sentenza definitiva. Ma oggi Alaa Faraj ha lasciato il carcere Ucciardone di Palermo, accompagnato dalla sua legale Cinzia Pecoraro. Ad attenderlo la docente Alessandra Sciurba, che a giugno sposerà il giovane che oggi ha 31 anni. Faraj lo scorso dicembre ha ricevuto la grazia parziale dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Era dal 2014, prima della guerra civile in Libia, che non respiravo un’aria così pulita”, ha detto Faraj dopo la scarcerazione. “Ci sono stati tanti momenti bui, ma non ho smesso mai di credere in questo esito. Mi ha fatto sopravvivere solo la mia innocenza, che mi ha tenuto in piedi. Mi sono affidato a persone che mi hanno indicato la strada giusta. Quando vedevo che il fine pena era il 2045 dicevo sempre che non poteva essere”.
Alaa Faraj è libero: la Corte d'Appello dice sì alla revisione
La sua vicenda umana e giudiziaria l'ha raccontata lui stesso, nel romanzo "Perché ero ragazzo" (Sellerio), in cui ripercorre tutta la vicenda processuale, c...











