Alaa Faraj ha già dieci anni di carcere alle spalle, accusato in via definitiva di essere uno degli scafisti della traversata dell’agosto 2015 al largo della Sicilia, in cui persero la vita 49 persone. Reato che il trentenne libico dice di non aver mai commesso. La giustizia italiana lo ha condannato, in tutto, a 30 anni di reclusione. Il presidente Sergio Mattarella gli ha concesso, lo scorso dicembre, la grazia parziale.

Oggi gli restano circa 9 anni. In carcere a Palermo ha cominciato a prendere appunti, a raccontare la sua storia, scritta sotto forme di lettere inviate ad Alessandra Sciurba, docente di filosofia del diritto, conosciuta in carcere durante un laboratorio e diventata la voce della sua battaglia per la verità.

Ne è nato “Perché ero ragazzo” (Sellerio) che sarà presentato mercoledì 18 febbraio alle 18 in Salaborsa con, moderati da Francesca Curi, Carlo Ginzburg, Marino Sinibaldi, suor Chiara Cavazza, la stessa Sciurba, dopo i saluti di Luca Rizzo Nervo, Federico Casolari e la lettura di un messaggio del cardinale Zuppi.

Alaa Faraj è uno dei tanti ragazzi libici che, allo scoppio della guerra civile dopo la caduta di Gheddafi, aveva deciso di lasciare Bengasi, dove è nato nel 1995, per approdare in Italia.