Vincere non è cosa da tutti, ma nemmeno sapersi godere il sapore del successo. Lo racconta il fiorettista Guillaume Bianchi, numero 2 del ranking mondiale, che ha costruito una carriera su “dimenticare” i propri successi. Pensare sempre alla prossima stoccata, cercando di gestire le sconfitte, è il nuovo mindset. Fuori dalla pedana, invece, la sua vita è cambiata da quando è padre di Enea.È diventato papà, si parla spesso solo delle atlete. Da uomo come si gestisce?Per le mamme è un lavoro, me ne rendo conto e ringrazio mia moglie che mi sta sostituendo quando non ci sono e non fa pesare la mia assenza. È cambiato il ritmo, la routine. Il pomeriggio provo a stare con mio figlio, il riposino non esiste più. Di notte dorme e di solito mia moglie cerca di farmi riposare perché sa quanto mi alleni. Tutta la famiglia mi sta aiutando. Ora non ho tempo libero, va bene così.È quasi in vetta al ranking…Sono molto soddisfatto della stagione fatta: due vittorie, due podi e la rincorsa del primo posto. Sapevo che sarebbe stato difficile scavalcare il n.1 (Ryan Choi, ndr), ma a fine anno si fanno i conti. Non deve però diventare un'ossessione: quando vinci tanto il rischio è quello di pensare solo al risultato e meno alla scherma, cosa che crea un’ansia negativa.Negli ultimi anni c’è stata una svolta, che è scattato?Maturità e consapevolezza, nelle annate prima del 2024 raccoglievo meno di quello che pensavo di meritare: bisognava avere pazienza. Vincere aiuta a vincere, ti dà fiducia e permette di avere continuità. Nella vita di uno sportivo bisogna saper aspettare il momento giusto, lavorando sodo.Come vede successo e sconfitta?Ci sto riflettendo tanto. A inizio stagione non ho quasi mai perso un assalto, mentre nelle ultime due gare non sono andato a podio e l’ho vissuta male. Serve il giusto equilibrio, non esaltarsi per le vittorie e non abbattersi per il resto. Non mi sono mai goduto il successo, ho sempre provato a pensare agli obiettivi successivi per avere la giusta fame. Si dice che i campioni abbiano la memoria corta ed è vero, ma non posso nemmeno farmi schiacciare dalle sconfitte.Lavora con un mental coach, in cosa l’ha aiutata?Ero bloccato: avevo paura di gareggiare, di sbagliare e mi ha dato una mano a concentrarmi sul presente in un assalto, pensando a ciò che c’è da fare, non su altro. È stato utile per la mia prima Olimpiade, affrontata come se fosse un torneo qualsiasi, solo dopo mi sono reso conto, mi sono focalizzato sul presente.Andate verso Europei e Mondiali, aspettative?So di partire tra i favoriti, ma devo provare ad essere il più sereno possibile facendo il mio. Vorrei la medaglia mondiale individuale, mi manca…non tutto dipende da me.È nato il circuito della World Fencing League, che ne pensa?Tutto quello che porta visibilità è oro. Siamo poco seguiti e serve una rivoluzione. Ben venga pure la tecnologia, può solo che aiutare. Il nostro è uno sport complesso e difficile da seguire. Mi auguro che anche la Federazione Internazionale porti novità.Cosa l’ha conquistata della scherma?La sfida: non devi nascere per forza talentuoso, dotato fisicamente o portato. Con un lavoro tattico o fisico si può far bene. Ero un bambino diligente, seguito da ottimi maestri e l’impegno ha dato i suoi frutti. Il talento? Non ero il più bravo, mi sono impegnato. Ho avuto vari problemi fisici che mi hanno costretto ad essere unico nel modo di tirare: a 17 anni ho rotto il polso e mi sono operato tre volte. Ho dovuto creare uno stile particolare. Nella scherma non devi essere per forza al top, tanti fattori possono portare alla vittoria.