Il comandante di Africom lancia l’allarme sulla crescente minaccia jihadista in Africa, e in particolare sull’incapacità del dispositivo di sicurezza Usa di prevederne le mosse. Con rischi concreti per cittadini e asset americani
L’espansione dei gruppi jihadisti nel Sahel rischia di trasformarsi in una minaccia diretta per gli Stati Uniti, ma Washington potrebbe non avere oggi gli strumenti necessari per accorgersene in tempo. È questo il monito lanciato nei giorni scorsi dal generale Dagvin Anderson, capo di United States Africa Command, durante un’audizione davanti alla Commissione Forze Armate del Senato americano. Il militare statunitense ha affermato che le affiliate africane dello Stato Islamico e di al-Qaeda possiedono già “la volontà e l’intenzione” di colpire interessi statunitensi, ma che è difficile capire quando queste organizzazioni acquisiranno anche “capacità e mezzi” sufficienti per lanciare attacchi contro il territorio americano. Anche a causa di alcune lacune operative degli Stati Uniti nel continente africano.
Il comandante di Africom ha infatti ammesso che il dispositivo militare e di intelligence americano in Africa è oggi limitato, soprattutto nella regione del Sahel, dove negli ultimi anni si è registrata una forte espansione delle attività jihadiste. “Abbiamo le risorse minime necessarie”, ha dichiarato Anderson, sottolineando però che la dimensione del continente e la complessità delle minacce costringono il Pentagono a continui spostamenti di assetti, “assumendosi rischi in altre aree”. Le parole del generale arrivano in un momento di crescente preoccupazione a Washington per la perdita di influenza occidentale nella regione, aggravata dal deterioramento dei rapporti con diverse giunte militari saheliane e dall’espulsione delle forze americane da alcune basi strategiche. Proprio mentre i gruppi terroristici locali hanno intensificato le proprie attività, sfruttando il vuoto di sicurezza e la fragilità istituzionale di molti governi africani. Anderson ha indicato in particolare il Mali come uno dei principali fronti di rischio. Un’eventuale presa della capitale Bamako da parte di gruppi jihadisti, ha spiegato, rappresenterebbe un “game changer” sia dal punto di vista simbolico che operativo, consentendo ai movimenti estremisti di attrarre nuovi combattenti e rafforzare la propria legittimità internazionale.








