di

Ilaria Sacchettoni

Le promesse della commissione antimafia e le mancate tutele a chi aiutò la giustizia italiana

Congedati dallo Stato con un «arrivederci e grazie», i testimoni di giustizia lanciano un appello alle istituzioni. Non dimenticatevi di noi perché noi non dimentichiamo. Tra loro, centocinquanta tra uomini e donne che testimoniarono, per fare solo un esempio, l’omicidio di don Pino Puglisi (Giuseppe Carini), il pizzo in Sicilia (Ignazio Cutrò oggi presidente dell’associazione nazionale dei testimoni di giustizia), reati di mafia in generale (Luigi Coppola, Bruno Piazzese e altri ancora i cui nomi sono coperti da ragioni di sicurezza) e che contribuirono a far condannare sicari e boss, colletti bianchi e manovalanza dei clan.

La loro memoria è patrimonio della giustizia. Le loro storie sono il backstage di molti maxi processi. Mentre le loro vite non gli appartengono più. Tutti hanno esperienza del programma di protezione che lo Stato riconosce a chi è minacciato dalla criminalità organizzata e dunque hanno vissuto o vivono sotto protezione e falsa identità. Ma proprio per questo le loro esistenze hanno subito contraccolpi concreti: «Non chiediamo — scrivono al Corriere — privilegi, ma il riconoscimento di un diritto fondamentale: la tutela previdenziale di chi, per servire lo Stato e difendere la legalità, ha sacrificato stabilità lavorativa, carriera e futuro». I contributi Inps non gli vengono ancora riconosciuti e invecchiano senza tutele. Portano soli il peso delle minacce ricevute. La rottura con il proprio passato ha, infatti, aperto la strada a difficoltà assai concrete: chi si è dovuto licenziare dal proprio lavoro, chi, congedandosi dalla vita pregressa, ha perso relazioni e il resto.