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Ultimo aggiornamento: 8:00
Hanno collaborato con lo Stato per incastrare mafiosi e malviventi ma il loro percorso verso una vita normale è sempre più ad ostacoli. È la storia dei testimoni di giustizia, figura riconosciuta dallo Stato (prima equiparata ai pentiti “collaboratori di giustizia”) soltanto nel 2001, che oggi lotta per una adeguata pensione. A lanciare l’allarme è Pietro Nava, testimone di giustizia chiave nell’omicidio del giudice Rosario Livatino, il quale chiede, insieme ai circa 150 testimoni oggi riconosciuti, che vengano versati i contributi pensionistici agli appartenenti a questa categoria anche per gli anni in cui non hanno lavorato in quanto impossibilitati a farlo.
La vita di un testimone di giustizia, dopo l’inizio della collaborazione con lo Stato, viene stravolta una volta che questo entra, insieme alla propria famiglia, nel programma di protezione: viene portato infatti in un’altra località, con altri documenti, girando diversi posti, per anni e sotto falso nome. Una storia che Giuseppe Carini, testimone di giustizia fondamentale nel processo per l’uccisione di don Pino Puglisi, conosce bene. Dal 1995 sotto copertura con altro nome, oggi lancia l’allarme a nome di tutti i testimoni di giustizia: “Chiediamo che lo Stato si faccia carico di versare tutti i contributi pensionistici e scongiurare il rischio concreto che il testimone di giustizia arrivi alla pensione in condizioni di povertà – dice -. Abbiamo scritto alla Presidenza del Consiglio, al ministro dell’Interno, alla commissione parlamentare Antimafia”.






