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I cold case diventano tali sempre grazie a indagini sbagliate. E chi se ne occupa paradossalmente diventa famoso, grazie alla mediaticità del caso irrisolto. Chi ha fatto indagini, sa perfettamente che gli omicidi – e per quelli di criminalità organizzata la storia è diversa – si risolvono nelle prime 48 – 72 ore. Un sopralluogo ben condotto, un’ipotesi ben tracciata e l’emotività ancora accesa nei testimoni e nell’assassino, posso portare alla prova regina: la confessione. Se il tempo scorre e gli errori scientifici si accumulano, quel caso sarà inevitabilmente destinato ad essere un flop investigativo e giudiziario. E l’omicidio di Chiara Poggi è un caso di scuola. Per anni è stato raccontato come il paradigma del delitto perfetto, smontato dalla logica investigativa. Nessuna confessione, nessun testimone oculare, nessuna arma del delitto ritrovata, nessuna impronta decisiva. Eppure una condanna definitiva. Quella di Alberto Stasi.

Non sulla base di una «prova regina», ma di un mosaico di indizi che, letti nel loro insieme, portarono i giudici a ritenere colpevole Alberto Stasi dell’omicidio della fidanzata. Oggi, però, quel mosaico torna improvvisamente a incrinarsi. Le nuove indagini della procura di Pavia, guidata da un magistrato di grande esperienza come Fabio Napoleone, con la riapertura dell’attenzione investigativa attorno ad Andrea Sempio, non rappresentano soltanto l’ennesima ondata mediatica su uno dei casi più discussi della cronaca italiana. Ma pongono una questione molto più delicata: quanto è solida una condanna costruita prevalentemente su inferenze logiche quando emergono nuovi elementi scientifici potenzialmente incompatibili con quella ricostruzione? Ed è qui che il caso Garlasco smette di essere soltanto cronaca nera e diventa un gigantesco tema di sistema giudiziario.